domenica 29 novembre 2009

Honduras en lucha!: Espinal: Elecciones en Honduras tendrán abstención del 70%

Honduras en lucha!: Espinal: Elecciones en Honduras tendrán abstención del 70%

L'ambasciatore honduregno in Venzuela parla di un astensione attorno al 70%...per via del carattere illegale della consultazione...si vedrà.

Verso un afflusso elettorale inaspettato




Presenza massiva ai seggi. Zelaya parla alla TV di stato di Chavez. I primi commenti tra la gente concordano sul fatto che senza il golpe di Micheletti una tornata elettorale di successo come questa non sarebbe stata possibile.

Aperti i seggi in Honduras

Da poco più di venti minuti si vota. Il Paese sud americano reduce da un colpo di stato militare che ha impedito il ritorno in patria del Presidente Zelaya vota davanti ad osservatori internazionali sotto egida ONU. Recentemente la corte costituzionale honduregna ha sancito ufficialmente la impossibilità per Zelaya di emendare la costituzione vigente di fatto sbarrandogli la strada dopo la sua dichiarazione che non avrebbe riconosciuto il risultato elettorale delle odierne consultazioni. Dietro Zelaya sì nasconde il disegno di un nord del sud america socialcomunista sotto il controllo del caudillo di Caracas. Chavez nei giorni dell esilio forzato di Zelaya non Garnier escluso l'intervento militare venezuelano a favore di Zelaya. I militari golpisti hanno più volte chiarito che l'azione da loro compiuta era in difesa della costituzione che sarebbe stata sul punto di essere forzosamente emendata da Zelaya, peraltro asseverando le loro ragioni accettando la mediazione internazionale e appoggiando le elezioni sotto egida ONU. Dietro questo voto c'è molto di più del governo di Tegucicalpa.

Inviato dal cellulare Nokia

W la Democrazia in Honduras

sabato 28 novembre 2009

Elezioni Honduras

Domani elezioni in Honduras. Fondamentali per il destino dell'area. Zelaya dovrà dimostrare di avere sul serio l'appoggio del popolo honduregno. Tramite i twits di Izzy Ortega, osservatore internazionale delle elezioni, uomo dell'Heritage Foundation, Roark proverà ad aggiornare gli interessati. Sul blog e su twitter.
A domani

mercoledì 18 novembre 2009

La logica di Sansone



L'uscita del Presidente del Senato Schifani di ieri sera che apriva con chiarezza all'ipotesi di elezioni anticipate, mentre si è alle porte di un voto di fiducia sul DL Ronchi relativo al recepimento di discusse direttive UE circa la privatizzazione dei servizi pubblici locali, ha gettato il mondo politico italiano nel panico.
Nello stomaco della maggioranza comincia a farsi sentire il lato oscuro del prolungato silenzio berlusconiano.
Dell'opposizione è giusto tacere, anche perché in questa vicenda una sola cosa è certa e cioé le barricate che questa farà davanti al Quirinale per evitare elezioni anticipate, il risiko invece è tutto nell'eterna lotta tra il Premier, il suo partito ed ambienti della Magistratura che eufemisticamente possiamo definire come indifferenti al sentimento di carità di Patria.
Si sa infatti che Berlusconi è irato per trovarsi per la prima volta in un cul de sac: ma c'è cul e cul.
E' difficile spiegarlo: il Premier ha un ampia maggioranza composta dal proprio partito e da un unico alleato. Il suo partito è ancora giovane e allo stato embrionale, al suo interno non sono ancora chiari i meccanismi di composizione della linea politica ed in mancanza le minoranze vanno in ordine sparso senza guarentigie. L'unico alleato, la Lega, è da lui ritenuto il più prezioso degli amici anche se è in realtà probabilmente il suo peggiore nemico basti pensare agli altolà che immediatamente alza quando il PDL prova ad imprimere un talgio più politico alla sua azione di Governo (vedi Cota sulla fiducia al DL Ronchi). In più la Lega raccoglie per sé i meriti dei risultati facendo fare al Premier il lavoro sporco, gli ha messo in casa un controllore che ha anche le chiavi della cassaforte e si è autoeletto tutore non si sa bene di che cosa.
Ma fin quì, si dirà, è la democrazia bellezza! Poi però lo showdown. E allora perché?
Non sono le sentenze Mills, né la distruzione scientifica della propria vita privata ad opera degli avversari politici, neanche la condanna ultraventennale multimiliardaria al risarcimento all'Ingegnere, il fatto è un altro.
Il chiaccherato sottosegretario all'economia Nicola Cosentino riceve un ordine di custodia cautelare per concorso esterno in Camorra, in molti si affrettano a dire che deve dimettersi e che non può candidarsi. Berlusconi tace.
Poi trapela la notizia per cui secondo indiscrezioni provenienti da alcune procure siciliane, il Presidente del Consiglio sarebbe prossimo a ricevere un altro avviso di garanzia, questa volta per Mafia (!). Mai silenzio fu più propizio, se Berlusconi avesse spinto per le dimissioni di Cosentino, al ricevimento di quest'altro teorema accusatorio avrebbe dovuto trarne le conseguenze.
Che dire, la cosa puzzicchia di complotto.
Dopo che il Lodo Alfano è stato rigettato Silvio Berlusconi ha tentato in qualche modo di metterci una pezza con una frettolosa ed incompleta riforma della giustizia, oggi tutti, anche parti dell'opposizione, si affannano a parlare di legge costituzionale per il Lodo Alfano, di ripristino dell'immunità (la Lega è contraria), ma il Presidente del Consiglio sembra deciso ad uscire dalle pastoie facendo cadere il Governo in un inciampo parlamentare ed impedendo il conferimento di qualsiasi altro incarico.
In tutto questo, anche dando per scontato come non'è, che si riesca ad andare alle urne e anche dando per scontato come non è, che Berlusconi (e non più il PDL visto e considerato che ne rimarrebbe travolto) riottenga presso a poco gli stessi risultati in termini di seggi parlamentari alle future politiche, in tutto questo, non si riesce a capire in che modo la nuova chiamata elettorale riuscirebbe a sanare il vulnus di Berlusconi con la Magistratura.
Le elezioni non spostano nulla di una virgola i processi e i teoremi pendenti, né un Berlusconi fresco di elezione potrebbe impedire alcunché, i processi e i teoremi andrebbero avanti.
L'unica cosa certa che si otterrebbe è che si porterebbero indietro le lancette della politica nazionale di 15 o forse più anni, che si getterebbe a mare quanto di buono fatto in termini di razionalizzazione del sistema politico, visto che è ben possibile che l'operazione fallisca e che il parlamento italiano si ritrovi in un caos simil fine Prima Repubblica. A quel punto non sarebbe solo finito quello che viene definito il berlusconismo ma anche il bipolarismo, il sogno della modernizzazione della democrazia italiana.
Allora che fare?
Andare avanti con le riforme, mettere alla porta gli ostacoli (leggi i/l Ministr/o) alla realizzazione del programma di Governo, andare ai processi, prendersi il fango e chiudere il mandato. Il giudizio sull'operato di Berlusconi non lo darebbero i Magistrati più o meno in buona fede, ma se per davvero si realizzasse il programma di riforme del Paese promesso a partire dalla famosa discesa in campo, sarebbe la storia a giudicare Berlusconi.
Con il Muoia Sansone Con Tutti I Filistei, invece, il Premier rischia il più clamoroso degli autogol ed una responsabilità questa sì storica davanti al Paese e al suo futuro.

martedì 17 novembre 2009

La denuncia di Shirin Ebadi


Alla vigilia della risoluzione Onu contro la violazione dei diritti umani in iran
La denuncia di Shirin Ebadi:
«Mi hanno sequestrato il Nobel»
La dissidente all'estero da mesi: «Dicono che devo pagare delle tasse. Sono sotto costante minaccia, ma tornerò»

NEW YORK - «Ho invitato il se­gretario generale dell’Onu a visita­re l’Iran per vedere coi propri occhi il tragico deterioramento delle li­bertà nel mio Paese». Alla vigilia della risoluzione contro le violazio­ni dei diritti umani in Iran che l’As­semblea generale Onu si appresta a votare in settimana, Shirin Ebadi abbandona i toni soft per attaccare il regime «che uccide i minorenni, perseguita donne e minoranze reli­giose e mette all’indice la libertà di parola».

Lei manca dal suo Paese dalle contestatissime elezioni dello scorso giugno.
«Vivo in uno stato di esilio effet­tivo», spiega l’attivista 62enne, pre­mio Nobel per la Pace nel 2003, in un incontro col Corriere all’Hotel Tudor, a due passi dall’Onu. «Mi hanno confiscato l’appartamento, la pensione che ricevo dal ministe­ro della Giustizia e il conto in ban­ca mio e dei miei famigliari, ormai sotto costante minaccia. E se non bastasse mi hanno sequestrato tut­ti i premi, incluso il Nobel e la Le­gion d’Onore».

Ha paura di tornare in Iran?
«Nulla mi spaventa più, anche se minacciano di arrestarmi per eva­sione fiscale al mio rientro. Sosten­gono che debbo al governo 410 mi­la dollari in tasse arretrate per il No­bel: una fandonia visto che la legge fiscale iraniana stabilisce che i pre­mi siano esentasse. Se trattano così una persona ad alto profilo come me, mi chiedo come si comportano di nascosto con uno studente o cit­tadino qualunque».

Quando ha intenzione di rimpa­triare?
«Tornerò, forse accompagnata da Ban Ki-moon, quando avrò fini­to il mio lavoro all’estero e sarò più utile nel mio Paese. Sono stati i miei colleghi di Teheran a chieder­mi di restare: 'Adesso ci sei più uti­le fuori', hanno detto. Uno dei miei compiti è perorare la risoluzione Onu che i partner commerciali ira­niani vorrebbero bloccare in quan­to 'politicizzata'. Un’accusa falsa come dimostra l’ultimo rapporto di Ban Ki-moon: un uomo che non si può certo accusare di parzialità».

A cosa serve una risoluzione pu­ramente simbolica?
«A mettere in guardia il governo di Teheran e a dare al popolo che soffre la conferma che l’Onu è con lui. Bisogna riportare la calma nel Paese e io sento il dovere di interve­nire per fermare l’escalation di vio­lenza».

Teme che i media internaziona­li abbassino la guardia?
«Sì. Migliaia di prigionieri lan­guono in carcere, torturati e stupra­ti. Nessuno conosce il vero numero delle vittime».

La commissione Onu per i dirit­ti umani a Ginevra fa la sua parte?
«Cerca di farla ma la composizio­ne del consiglio è tale da legargli le mani. Vorrei spingerlo a fare di più perché, lo ripeto, la violazione dei diritti umani nel mio Paese è diven­tata sistematica e diffusissima. Se la Comunità internazionale tace, il popolo sarà dimenticato ed è pro­prio ciò che vuole il governo».

L’amministrazione Obama sta facendo abbastanza?
«Non ho ancora incontrato il pre­sidente Obama né i membri della sua amministrazione ma la mia po­sizione è ben chiara: nel dialogo con l’Iran non si può parlare solo di nucleare, ignorando la questione ben più pressante dei diritti umani. Le due sono interdipendenti».

È ottimista sulla ripresa del dia­logo tra Washington e Teheran?
«Obama ha inaugurato un nuo­vo corso rispetto all’ostile sbarra­mento di Bush, ma bisogna aspetta­re per vedere quali decisioni in con­creto verranno prese».

È ancora in contat­to con i suoi famiglia­ri in Iran?
«Parlo tutti i giorni con mio marito e con i miei colleghi del Cen­tro per la difesa dei di­ritti umani. No, non so­no in contatto con gli esuli iraniani in Ameri­ca e nel resto del mon­do: non sono un lea­der politico né un lea­der del movimento d’opposizione né loro mi riconoscono come tale. Sono solo un di­fensore dei diritti uma­ni, un semplice avvo­cato che difende pro bono i perseguitati po­litici».

Quando tornerà in Iran avrà molto da fare.
«Ne sono certa e mi preparo già ad accettare tutti i casi che mi capi­teranno, coadiuvata da una ventina di illustri colleghi, la maggior parte delle quali donne».

È vero che la rivoluzione estiva è stata guidata dalle donne?
«Ba­sta andare su Youtube per capirlo. Non a caso Neda ne è diventata il simbolo. Tantissime donne sono dietro le sbarre mentre ogni sabato sera il comitato delle Madri in Lut­to dell’Iran si riunisce in un parco. Protestano in silenzio, vestite di ne­ro e con le foto dei figli imprigiona­ti o uccisi. Molte città, tra cui Firen­ze e Venezia, hanno creato comitati di solidarietà analoghi e io mi ap­pello a tutte le donne del mondo perché facciano lo stesso».

Ffwebmagazine - Una manifestazione di "non-protesta" per uscire dalla trappola dell'odio

Ffwebmagazine - Una manifestazione di "non-protesta" per uscire dalla trappola dell'odio

lunedì 16 novembre 2009

Niente Stimoli per favore


Stimulus Fail: Unemployment Jumps to 26-Year High



Mentre il leader della CGIL Epifani, sabato scorso lanciava in piazza la sua sfida senza se e senza ma al Governo reo di non aver fatto abbastanza sulla Crisi, venivano diramati i dati a consuntivo delle politiche di stimulus praticate negli Stati Uniti.
Nonostante i Governi obamiano dopo e di Bush prima abbiano acquistato tutti i titoli marci delle compagnie pù disastrate del pianeta dacché si assistette al Credit Crunch scatenatosi a causa dal collasso dei colossi statali deputati alla riassicurazione sui mutui sub-prime (le agenzie di assicurazione Fannie Mae e Freddi Mac), la disoccupazione nel Paese a stelle e strisce sale come non mai da 26 anni a questa parte.
La ripresa invece stenta a decollare per lo meno nei termini percentuali che servirebbero al continente nordamericano e i soldi messi dall'Amministrazione sono svaniti nelle voragini dei bilanci in bancarotta.
Di contro Germania e Italia risultano essere i Paesi per primi usciti dalla Crisi, tecnicamente parlando e sono anche quelli che meno sono intervenuti nell'economia reale: il PIL torna a crescere dopo 5 trimestri negativi.
Consolidandosi detta ripresa l'incremento della discoccupazione verrà riassorbito dal ripristino dei livelli produttivi precedenti.
Certo ci vorrà ancora più di un trimestre ma gli ammortizzatori sociali, anche in Italia, restano all'avanguardia.
Da questa parte delle Alpi restano tutti i problemi di sempre, riforma fiscale, pensioni, giustizia, assetto costituzionale.
Ma con buona pace della CGIL e di un incauto Bersani, per fortuna un problema che non abbiamo è fare i conti con soldi freschi che non avevamo buttati in compagnie fallite.

venerdì 13 novembre 2009

Ayn Rand goes mainstream


by Kendra Marr


For some, she never went away. But Ayn Rand is having a mainstream moment.

Tea party protesters hoisted signs reading "Ayn Rand was right" and "Who is John Galt?" at the Sept. 12 taxpayer march. There’s talk that Angelina Jolie and Brad Pitt are attempting to bring "Atlas Shrugged" to the big screen. Nearly every major media outlet — including GQ and The Daily Show with Jon Stewart — reviewed the two new Rand biographies. South Carolina Gov. Mark Sanford (R) penned a piece on Rand's newfound relevance for Newsweek.

Rand has even gone prime time. In a sketch on Jimmy Fallon, recession-stricken audience members ate pages out of Rand’s books for sustenance. Chris Matthews, Glenn Beck and Rush Limbaugh all recommend her work. CNBC reporter Rick Santelli’s on-air tirade against government intervention made him a cult hero. He later explained: "I know this may not sound very humanitarian, but at the end of the day I'm an Ayn Rand-er."

While interest in Rand may simply be cyclical, this round comes at a time of renewed government intervention in the private sector — from bailouts to salary caps to health care reform. It’s an era of big government all too similar to the dystopia described in “Atlas Shrugged.”

Rep. John Campbell (R-Calif.), who counts Rand among his strongest influences, sees the interest as a natural development of the times. “What you’re seeing is a president and a Congress that very much favor collective over individual and believe we should all operate as units of a larger homogenous group,” he said, “rather than individuals with separate ideas and choice. When you see that kind of threat over the horizon, which it is right now, people begin to fall back on what has been learned in past and what has been written in the past.”

But Rand’s popularity almost crashed with the stock market. As the current economic catastrophe unfurled, former Federal Reserve chairman Alan Greenspan issued a mea culpa. The once-infallible Maestro — one of Rand’s most powerful disciples and once a member of her New York salons — admitted he had misplaced faith in the ability of markets to self-regulate.

When Jennifer Burns, author of new book “Goddess of the Market: Ayn Rand and the American Right,” heard that, she worried. “I thought, ‘Wow, Ayn Rand. Dead and buried forever.’ But she’s come roaring right back. People are not looking so much at the origins of the crisis, but the response to the crisis.”

And it’s not just more media attention. Penguin shipped more than 300,000 copies of “Atlas Shrugged” in the first half of 2009. Last year, the publisher distributed 85,000 books. When the Cato Institute hosted a forum last week for Burns and another Rand biographer, the audience nearly doubled the auditorium’s capacity. Chairs had to be set up outside, so people could watch it broadcast on television.

Rep. Kevin McCarthy (R-Calif.) picked up his magnum opus on Objectivism earlier this year and tweeted about it: “Still reading Atlas Shrugged — it’s quite the read.”

And in Campbell’s office, every departing intern is given a copy of “Atlas Shrugged.” “I point out to them that it’s not an easy read because it’s a long book and rather tedious at times,” Campbell said. “But I explain to them, it shows power of individual over the power of the state.”

Others fans in Congress include Rep. Paul Ryan (R-Wis.) and Rep. Ed Royce (R-Calif.).

“Our staff is very well read, from Ayn Rand to Friedrich Hayek to Hernando de Soto,” Royce’s press secretary Audra McGeorge wrote in an e-mail to POLITICO. “Their hope is to better understand the implications of what appears to be a drastic shift toward a government-run economy.”

True Randians see some inconsistencies though. “While they claim to be big fans and claim to support the ideas, they certainly don’t vote that way,” said Yaron Brook, president of the Ayn Rand Institute. “It’s an endless frustration to us.”

“Some people didn’t get the philosophical message,” said David Boaz, Cato’s executive vice president, who noticed that some readers simply digest the plots of “Atlas Shrugged” and “The Fountainhead.” “To them, it is an exciting novel about a woman who runs her own railroad or an architect who blows up his own building. But even if 10 percent get the philosophical message, that’s a lot of free marketers being created.”

The Ayn Rand Institute is not just maintaining a museum. It sponsored the Sept. 12 taxpayer march, and this year shipped 350,000 free copies of “Anthem,” “The Fountainhead” and “Atlas Shrugged” to high school teachers across the country. The institute’s annual “Atlas Shrugged” essay contest offers (what else?) cash prizes.

What makes 2009 the Year of Ayn Rand is that there’s a growing acceptance of the author’s most stringent beliefs. Her fans disregard that Rand hated compromise — and therefore politics. She was an atheist and disdained libertarians, whom she deemed hippies and plagiarists. (“Please don’t tell me they’re pursuing my goals,” Rand said in an interview. “I have not asked for, nor do I accept, the help of intellectual cranks.”)

Nick Gillespie, editor-in-chief of Reason.com and Reason.tv, media with strong Randian roots, said Rand would probably hate her current moment in the spotlight. “As much as she hated people, she saved her true ire for those who were actually fans of hers,” he said.

lunedì 9 novembre 2009

In Memory

Tovarish aderiamo alla linea del Politburo!


Forse c'è un errore nella fuga di notizie: davvero Berlusconi vuole accorciare la prescrizione nei processi per evitarsi di soggiacere ad una sentenza di condanna?
Pochi giorni fa, con sollievo, si apprendeva che non si sarebbe dimesso in caso di condanna...e allora? Perché rivedere la prescrizione che peraltro interessa milioni di persone finite anche loro - magari malgrado la loro volontà - tra le maglie di una macchina kafkiana come quella della giustizia italiana?
Possibile che non c'è spazio per una riforma della giustizia (separazione della carriere tra PM e Giudici, riduzione dei gradi, riforma del processo civile) al di fuori della normetta puzzona che fa finire in vacca la credibilità del Governo quando pure comincia ad agire con riforme efficaci (leggi la Riforma dell'Università)? No. Evidentemente no.
Non si capisce l'interesse del Presidente del Consiglio per una norma del genere, visto che lui stesso ha più volte ribadito che non si ricandiderà alle prossime politiche; certo in questa legislatura, i PM Rossi non riusciranno ad ottenere una sentenza passata in giudicato visto che ci volgliono molti più anni della scadenza naturale della legislatura per arrivare in Cassazione.
Allora non si capisce perché Berlusconi voglia spaccare tutto attorno a questa ennesima leggina che peraltro getta - questa sì - un ombra autoritaria sul suo atteggiamento nei confronti del partito e sulla sua interpretazione della parola Stato di Diritto: non è che uno ne possa cambiare i fondamenti a seconda della propria convenienza politica, questa è roba che capita in Sud America non in una democrazia avanzata come dovrebbe essere la nostra.
E poi...noi non dovevamo essere...liberali...
...quì con le dichiarazioni di intenti, pare di essere tornati alla riedizione delle adesioni sovietiche alla linea del Politburo stalinista.
Altro che.

venerdì 6 novembre 2009

La corsa dei gamberi


La tendenza è confermata, nella corsa dei gamberi l'Italia è in testa. O meglio è ultima.
Insomma in retromarcia ci stanno superando in tanti.
Le ultime notizie OCSE confermano come nel dopo Crisi, gli altri Paesi maggiormente industrializzati arretrano e l'Italia resta in testa tra quelli che ricominciamo a crescere.
Certo noi eravamo meno integrati nel sistema finanziario internazionale e il Credit Crunch ci ha solo sfiorato, abbiamo un sistema bancario che regge, un indebitamento privato tra i minori al mondo, risparmio...ma mettiamo i piedi per terra e ricordiamoci che abbiamo poco di più!
Non cresciamo dal 1992 allorché si decise di andare nel senso corretto del risanamento dei conti pubblici ma senza riformare il Bilancio dello Stato nei suoi centri di costo ovvero semplicemente riducendo i consumi e immettendo maggiori risorse da incrementi di tassazione.
Così quando arrivano le tregue fiscali dei Governi di Centrodestra i bilanci peggiorano.
Il fatto è che la missione della Destra italiana era e vorrebbe essere quella di risanare e rilanciare il Paese e ciò - senza voler tornare ai metodi vischiani - può essere fatto in un modo solo: devolevendo centri di costo del Bilancio dello Stato ai privati, tagliando le tasse e dando ai cittadini più libertà economiche, il corollario è lo sviluppo, la crescita.
Ai soloni della GB sta bene e non possono non darci un gusto sottile i professoroni inglesi, sempre tra i più accaniti ad impartirci lezioni, costretti a guardarci dal basso in alto, ma è difficile non essere d'accordo con loro quando sostengono il bisogno imprescindibile di riforme di cui necessitiamo.
Abbiamo il consenso, le idee e le persone per realizzarle. Manca solo la volontà?
Le notizie OCSE serviranno da puntello per il dolce far niente di Tremonti? Avremo perso un'altra grande occasione. Possiamo permettercelo?
Purtroppo, se il buon giorno si vede dal mattino, la resa dei conti Berlusconi/Tremonti sembra aver partorito un bel niente, basti pensare ai Niet in materia di riforma e graduale cancellazione dell'IRAP.
Il Paese resta inchiodato nelle solite pastoie, dando per acquisito un Bilancio dello Stato che non può e non deve essere considerato immutabile dovendo anzi essere sottoposto a revisioni in funzione delle possibilità della ricchezza diffusa nel Paese e dei tempi che questo vive.
Il Welfare spendaccione ed inefficace non è un dato di fatto, il sistema delle municipalizzate e delle utilites non lo è, nè il monopolio nell'erogazione di prestazioni pensionistiche. Al di là delle giavazzate sul recupero delle risorse da una giusta razionalizzazione degli incentivi a pioggia alle imprese, se lo Stato italiano devolvesse a concessionari le parti di spesa che possono a questi essere devolute (pensioni, spesa sanitaria, municipalizzate, ANAS, ecc. ecc. ecc.) si creerebbe e come lo spazio per un taglio serio delle tasse, IRAP e IRPEF incluso.
Non è chiaro in che posizione arriveremmo alla fine della corsa (quinti, sesti, ...) ma questo poco importa perché di certo vi arriveremmo.

venerdì 23 ottobre 2009

Se salta il coperchio al pentolone del Ministrone


"Sui conti pubblici linea del rigore", peccato che a dire ciò sia il Ministro dell'Economia che dopo gli anni '80 ne ha osservato il maggiore deterioramento in un lasso temporale tutto sommato ristretto. Roba da inflazione in doppia cifra! D'accordo la Crisi ma il Ministrone è riuscito con la sua ricetta del parlare socialista e di incensare il nostro sistema economico-assistenziale nell'invidiabile risultato di aver ereditato un debito pubblico al 106% ed in meno di due anni di averlo portato oltre il 115%, viaggiando dritto dritto verso il 120%.
Per onestà intellettuale, bisognerebbe ricordare come nel 1992 il debito pubblico italiano era al 137,50% e che con enormi sforzi al prezzo di una crescita asfittica che ci ha fatto perdere importanti punti in competitività eravamo riusciti a portarlo quasi sotto la soglia del 100%, un risultato storico.
Ebbene con le ricette tremontiane che piacciono tanto alla Lega (che in fatto di finanza del resto vanta successoni imprenditoriali nel sistema bancario di cui ancora si parla) siamo riusciti in neanche due anni a mangiarci i risultati di quasi diciassette anni di sacrifici.
Sul piano politico abbiamo rinnegato le nostre radici culturali per la "rivoluzione liberale" in favore di una visione para-liberale, sostanzialmente corporativa secondo la quale la stabilità viene prima di tutto.
MA QUALE STABILITA'?
Il Ministro dell'Economia ha scritto un bel libro, un successo editoriale, ma vive sulla luna.
La società italiana viaggia su un pentolone in ebollizione che non salta solamente in virtù dell'innalzamento del deficit e quindi del debito.
Se non vogliamo raccontarci favole esistono solo tre ricette: quella autarchica dello stato di polizia tributaria alla sceriffo di Nottingham (Visco per intenderci), la bancarotta argentina o la ricetta thatcheriana-reaganiana, via centri di costo (esternalizzare funzioni come la spesa previdenziale o quella sanitaria), indietro lo Stato (privatizzare il privatizzabile, inserire concorrenza laddove esistono ancora monopoli specie nei comparti economici occupati dalle aziende municipalizzate), giù le tasse, più libertà economiche per spingere la crescita e pagare i debiti. Poi anche le coperture giavazziane vanno bene, ma tertium non datur.
Ma si sa nella battaglia politica va tutto bene, quello che non va bene sono le parole che contraddicono i fatti, in discussione caro Ministrone non è certo il rigore sui conti pubblici, pesantemente compromesso da scelte di facciata e belle parole, bensì la tenuta economica nel breve e medio periodo del Paese, se salta il coperchio al pentolone vattelapesca poi la stabilità.