lunedì 13 luglio 2009

Quanto Grande deve diventare la spesa governativa per essere realmente obamiana?


Nella giornata di ieri una notizia ha attraversato le agenzie di stampa statunitensi, la amministrazione Obama sta considerando di estendere il metodo del bailout anche ai piccoli business.

Nei suoi auspici la mossa servirebbe a permette di accedere al fondo di $700 bilioni anche per milioni di piccole iniziative commerciali.

L’iniziativa è senza precedenti, una tale limitazione del private business da obbligare a cambiare la definizione di Economia Liberale in qualcosa di diverso, un provvedimento che non si sognerebbe di proporre nessun Governo europeo anche in regime di Economia Sociale di Mercato, così come viene definito il sistema europeo.

Dovesse entrare in vigore un tal provvedimento vorrebbe significare per il Governo Americano, la chance di subentrare in qualsiasi esercizio commerciale, un qualcosa che rievoca sinistramente quella iconografia squallida del socialismo comunista russo che voleva anche le panetterie fossero pubbliche e che i generi alimentari fossero ritirati con le tessere concesse da Sua Eminenza lo Stato ovvero ilPCUS proprietario di tutto proprio tutto.

Finalmente anche qualche osservatore non smaccatamente conservatore comincia a levare gli scudi contro una amministrazione che di sorriso in sorriso, facendosi scudo con la crisi, rischia di realizzare il peggio partorito dalla ideologia malata del socialismo americano alla Jesse Jackson.

Ma se la riforma del comparto sanitario rappresenta la sifda delle sfide, un ultimo baluardo a questo punto rimasto a garantire la diversity della nazione indispensabile, essa resta pur sempre una sfida meramente politica combattuta su un terreno politico, questa dei bailout no, essa rappresenta qualcosa di altro.

Si tratta di rinnegare la tutela della property in nome di una stability addossata ai taxpayer di oggi e domani, secondo una libera interpretazione dei fatti di una amministrazione pro tempore che rovescia, senza pensarci tanto, uno dei tre cardini della Costituzione Americana, Life / Liberty / The Pursuit Of Happiness, nei secoli tradotta come il diritto alla tutela della private property dalla longa manus di uno Stato Avido prima che Etico.

Robert J. Samuleson, dalle colonne del Washington Post http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/07/12/AR2009071201533.html?wpisrc=newsletter si chiede preoccupato la domanda che tutti gli americani dovrebbero porsi, quanto Grande gli americani vogliono diventi la spesa governativa? Se qualcuno non ha ancora razionalizzato, il governo illuminato di Barack Obama sta per lanciare un OPA permanente sulla economia privata statunitense, qualcosa che gli americani si porteranno dietro per molto tempo ancora dopo che la Crisi di questi anni non sarà che un pallido ricordo.

Il giorno dopo il passaggio di un tale provvedimento, la buotade sulla trasformazione degli Stati Uniti di America nella Unione degli Stati Uniti Socialisti di America non sarà più una boutade, ma una triste proto realtà per tutti coloro che amano gli Stati Uniti per quello che sono sempre stati, The Land Of The Free.

giovedì 2 luglio 2009

Il limite del parossismo


Succede che il mio pezzo Contro il Nuovo Culto apparso nei giorni scorsi sulla rivista on line della Fondazione Fare Futuro www.ffwebmagazine.it sia stato ripreso dal mainstream della stampa nazionale scatenando un vespaio di veleni e polemiche.
Il sottoscritto avrebbe infatti prestato la sua voce ad una sediziosa fronda interna al centro destra italiano suscitando irritazione e stizza.
Tutto ciò siccome il pezzo era una mera recensione su The Cult of the Presidency: America's Dangerous Devotion to Executive Power di Gene Healy, editorialista del Los Angeles Times e del Chicago Tribune, dove si parla di stile ed esercizio del potere.
Ho sempre pensato debba esistere un limite nella politicizzazione dei fatti rappresentato dal rischio di cadere nel parossismo. Evidentemente mi sbagliavo.
Ma per il fatto che mi sbagliavo certo non intendo limitare la mia libertà di esprimere un personale parere, che non vincola e obbliga nessuno, tanto meno gli amici di Fare Futuro che ringrazio per la solidarietà e le dovute precisazioni.



http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200906articoli/45027girata.asp
http://archiviostorico.corriere.it/2009/giugno/30/Farefuturo_attacca_Basta_Caligola_Irritazione_co_8_090630020.shtml
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/06/30/fini-nessuna-crisi-maggioranza-solida.html
http://taggatore.com/articolo/governo-fare-futuro-non-tirateci-per-la-giacca-nessun-secondo-fine
http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?ImgPath=immagini/Foto/1presidential_seal_int.jpg&Cat=1&Art=1799&StrMotore=giampiero%20ricci&TitoloBlocco=Risultato%20della%20Ricerca&page=1

venerdì 19 giugno 2009

Referendum, votare SI per dimenticare


Se volete davvero interrogarvi sopra questa marea che si sta abbattendo contro il Presidente del Consiglio non dovete andare molto lontano.
Domenica e Lunedi si tiene un referendum capace, ove accolto dalla maggioranza degli italiani, di spazzare via per sempre un costume e un assetto politico, mediatico, affaristico, su cui il sistema conta e contava per poter perpetrare il proprio parassitismo ai danni di tutti i tax payers italiani.
Ma il Presidente ha sottovalutato il passaggio o peggio, per debolezza politica, lo ha glissato, di fatto mandando a quel paese quella ultima speranza di riforma che rimaneva agli illusi del 1994 come Roark.
Ecco che dopo reaganismo, liberismo, taglio della spesa pubblica, riduzione drastica delle aliquote fiscali, finisce in soffitta pure il bipartitismo, il tutto in nome di un governo che per quanto senza infamia o senza lode si stia comportando, certo non adempie al mandato politico del suo elettorato per un cambiamento radicale, vero senso del voto al centrodestra negli ultimi 15 anni.
Attacchi, insulti, giustizia ad orologeria, menzogne, spiate, vigliaccate, disonesti a tutta birra, moralisti, finto inquisitori, speculatori e via di questo passo, si sono messi di traverso da sempre da momento della discesa in campo del Cavaliere ma non hanno mai avuto successo per il semplice fatto che la gente era con lui, disposta a seguirlo, anche turandosi il naso su alcune evidente contraddizioni e/o conflitti di interesse, il tutto in nome di una cosa, le riforme e non il suo bel sorriso che non ha mai ipnotizzato nessuno.
Ora che chiaro che queste riforme non verranno al Presidente del Consiglio viene a mancare lo scudo del sostegno popolare incondizionato che prelude la fase di inzio del sospetto.
Probabilmente troppo tardi per Berlusconi per cambiare strada, per noi cittadini invece no, votare SI al referendum rappresenta una ultima chiamata valida per restituirci un futuro attraverso un sistema politico bipartitico, stabile e omogeneo, per fare in modo che il sistema della alternativa al governo del Paese resti anche dopo la fine della stella berlusconiana.
VOTARE SI.

martedì 19 maggio 2009

Ok tutto bello ma il debito chi lo paga?


Con il debito pubblico che viaggia alla grande e promette di andare alle stelle per il minor gettito fiscale che necessariamente si otterrà vista l'ennesima splendida performance di crescita del sistema Italia (-5%) resta da capire se sia arrivato finalmente il momento di ripensare le certezze "etiche" del nostro Tremonti.

E si perché parlare di "etica" come ha fatto Tremonti nel suo libro manifesto "La Paura e la speranza" può aiutare a diventare digeribili dalle nomenklature dei grandi quotidiani nazionali, può portare i voti dei ben pensanti che affollano il nostro paese, ma non aiuta certo ad alleggerire dalle giovani generazioni e dal nostro futuro la tara del Debito Pubblico.

Questa mattina un altro ben pensante, il liberal Giavazzi, invoca riforme. Roark è d'accordo, ma quali riforme: l'aumento dell'età pensionabile, la riforma degli ammortizzatori sociali, rifare lo Statuto dei lavoratori, non sono riforme, sono provvedimenti di buon senso.

Le riforme economiche che il paese deve affrontare sono ben più strutturali, c'è finalmente da chiedersi perché in Italia da quando è diventato acclarato che il debito accumulato sia divenuto irredimibile, non si sia anche pensato a soluzioni tipiche per chiunque abbia un grosso debito: attingere al patrimonio, ridurre i costi per massimizzare gli avanzi di cassa.

Noi no. Noi continuiamo a spendere e ci beiamo del fatto che la crisi per noi sia più leggera che per gli altri. Ok tutto bello ma il debito chi lo paga?

E' arrivato il momento di capire e raccontare come per le nostre entrate le spese e le aree di intervento che lo Stato si è ritagliato non siano più finanziabili, sceglierne alcune e tagliare le altre non per abbandonarle, ma magari per cederle in concessione ai privati (e questo a partire dal sistema previdenziale ed a seguire con il sistema sanitario) è l'unica soluzione l'alternativa è il delirio dello Stato di Polizia Tributaria che sogna Vincenzo Visco, non c'è una terza strada.

Si parlava nel programma del PDL di abolizione delle provincie (ma la Lega non vuole), di privattizzazione delle municipalizzate (ma la Lega non vuole), di tutto e di più (ma la Lega non vuole) e delle riforme vere del bilancio dello Stato: in questo primo anno del secondo Governo Berlusconi di esse non vi è traccia.

Resta il consenso a Berlusconi - destinato rapidamente a calare - e la eco degli applausi a Tremonti - destinati a perdersi nell'impietosa contabilità di un altro fallimento - e poco più.

Cosa stiamo aspettando? Se la coalizione (leggi la Lega) impedisce le riforme, che lo si dica forte e che si abbracci il referendum del 21 giugno e poi basta una volta per tutte.

domenica 26 aprile 2009

Stop spending our future

http://www.youtube.com/watch?v=yREOUxo6Qdc

E' un allarmante, ma onesto, video apparso su Reason TV. Il video consente una comprensione oculare della follia interventista partita negli States sul finire dell'ultimo mandato Bush ed amplificata esponenzialmente da tra bailouts e ”stimulus” vari dall'Amministrazione Obama: un spesa governativa che supera ampiamente il Piano Marshall, la Seconda Guerra Mondiale e il New Deal roosveltiano.
Si regga chi può.

martedì 21 aprile 2009

Washington: scoperta la bufala del furto telematico del progetto del super-caccia






Se avete letto la notizia non vi preoccupate, se non l'avete letta leggetela di sotto e comunque non preoccupatevi lo stesso, nessuna violazione del segreto militare o furto telematico da parte dei cinesi: Mr. Obama ha dato le carte del progetto in cambio delle figurine di Mao. E' tutto a posto.


Ora fate un bel sorriso che Barack ci deve parlare.
YES WE CAN!

http://www.corriere.it/esteri/09_aprile_21/bombardiere_pirati_piano_9de27ad6-2e52-11de-8b9e-00144f02aabc.shtml

mercoledì 15 aprile 2009

Che siano le europee a venire accorpate al referendum


La Lega ha grandi e storici meriti rintracciabili soprattutto nel suo essere riuscita a scardinare l'incartapecorito vecchio sistema della partitocrazia, nell'aver imposto nell'agenda politica del Paese il tema del federalismo, nell'aver tutto sommato esercitato il suo ruolo di partito regionale con dosi alterne di responsabilità, ma comunque mediamente utili ad una composizione pacifica di tensioni realmente esistenti dentro il Paese.

Ma Oggi?

Bè c'è da chiedersi quale ruolo ambisca a ricoprire: maturare in un partito regionale alla CSU bavarese, portare la spinta autonomista alle estreme conseguenze, semplicemente campare della rendita politica forte di essere diventata lei il famigerato "ago della bilancia".

Visto l'approccio demagogico e irrazionale in materia di immigrazione e soprattutto il tipo di papocchio di federalismo che si è riusciti a votare, anche e soprattutto grazie all'accordo della Lega con il PD, pare di capire che sia la terza opzione, quella più prosaica, che la Lega voglia esercitare.

Insomma dimentichiamoci il liberismo (a dire il vero di liberismo Bossi non parla da almeno 5 anni) e il federalismo della prima ora, adesso va bene una riforma che entri in vigore tra dieci anni e che semplicemente preveda un grado di perequazione tra le regioni uguale a quello di oggi: il grande successo leghista sarebbe quindi di aver portato il budget dello Stato nel capitolo dei trasferimenti locali dal costo storico al costo previsionale, un tecnicismo di cui ci si può entusiasmare con difficoltà e che però diventa utile a reintrodurre dalla finestra un'altra tassa, la nuovissima Imposta sulla Casa che manda in brodo di giuggiole Calderoli perché significa soldi nelle casse della amministrazioni provinciale leghiste. Ancora una nuova imposta contro il diritto alla proprietà del cittadino che proprio questo Governo ha mostrato di voler tutelare con l'abolizione dell'ICI sulla prima casa: schizofrenia.

Roark era per il modello lombardo, quello di Formigoni, secondo cui andavano lasciate alle Regioni percentuali importanti di IVA, IRES e IRPEF, di pari passo con la devoluzione delle competenze già costituzionalmente avviata.

Ma tant'è appare chiaro che alla Lega, fondamentalemente, di tutto ciò non freghi nulla, l'importante è poterlo dire: ecco il federalismo ovvero a noi la borsa.

La domanda è: di questa Lega da domani, il PDL ha bisogno?
Fino a prima del disastro del terremoto a tratti sembrava di essere tornati agli Odg di bandiera, quando il Parlamento era costretto a votare e riunirsi per decidere sull'ultimo capriccio del Segretario di partito del momento. Dove il partito del momento è la Lega.
E allora perché no l'accorpamento con le europee?
Votare l'accorpamento con le europee anche in barba ai niet leghisti potrebbe al più portare alla caduta del Governo e quindi a nuove immediate elezioni anticipate da tenersi con una nuova legge ottenuta dal referendum e con il risultato del probabile ridimensionamento sostanziale del peso leghista.
Se il Governo invece, come probabile, reggesse anche all'indomani di un eventuale passaggio del quesito referendario la Lega sarebbe sempre sotto lo schiaffo di un possibile mancato apparentamento alle future politiche e sarebbe probabilmente costretta a rivedere la sua strategia magari tornando ad occuparsi di riforme vere piuttosto che della deriva doroteista cui la sua evoluzione odierna sembra riportare: perdere tempo in Parlamento per dover sottostare ai diktat sull'introduzione delle ronde (?) o discutere del fatto che l'immigrato in ospedale debba essere denunciato dal medico, non interessa in primis agli stessi abitanti del Nord Italia, con tutto il rispetto ci sono questioni economico-sociali ben più importanti.
NO. Il PDL ha un mandato chiaro dal suo elettorato, riformare in senso liberale e conservatore lo Stato italiano, nei contenuti e nelle istituzioni, per questo disegno è strutturale il bipartitismo.

Non c'è Lega che tenga, quel che di essa rimarrà potrà sempre allearsi con il PDL ma senza ricatti.

VIVA IL REFERENDUM, VIVA IL SI'.


giovedì 9 aprile 2009

"Yes we can...disarm?"


"Yes we can...disarm?" scrive in un editoriale sul Washington Post Anne Applebaum, il ritorno dal viaggio in Europa del Presidente Obama è stato condito da più di un interrogativo da parte degli addetti ai lavori sulla direzione che il Paese a stelle e strisce sta prendendo in politica estera.

Ma da parte degli addetti ai lavori...perché quanto all'elettorato, un recentissimo sondaggio del New York Times, ripreso sul noto sito di attualità politica americana realclearpolitics.com, dà il Presidente con un indice gradimento che oscilla tra il 61 e il 66%.

La politica delle "scuse", così come è stata ribattezzata, asseconda gli istinti isolazionisti di una classe media americana rinfrancata dall'accanimento fiscale contro i più abbienti, categoria in cui l'opinione pubblica frustrata da una pesantissima recessione, vede i responsabili del disastro finanziario.

Ma al di là degli effetti di un pur legittimo populismo, che nel caso di specie può servire a tenere unita una società provata, restano pur sempre sul tavolo e tutte, le perplessità sollevate sulla svolta alla politica internazionale che la nuova Casa Bianca, non solo a parole ma nei fatti, ha cominciato ad imprimere.

Che da un Governo democratico bisognasse aspettarsi una maggiore focalizzazione sul versante del Pacifico era nelle cose, già dal primo Governo Clinton fu evidente come la dirigenza democratica, storicamente portatrice in economia di dollaro forte e crescita economica sostenuta anche se a discapito del budget e del debit0, fosse interessata a intercettare tale crescita nelle economie emergenti delle tigri asiatiche, nel rapporto privilegiato con la Corea del Sud, nell'alleato giapponese e soprattutto nell'assecondamento della inevitabile crescita cinese.

A tale visione sembra uniformarsi il nuovo Segretario di Stato, Hillary Clinton, quello che gli osservatori internazionali non hanno però mancato di sottolienare è che durante il G20 di Londra si è assistito però ad un rovesciamento delle parti: adesso è la Cina che asseconda gli Stati Uniti d'America non per la crescita bensì per la sopravvivenza.
Il prezzo pagato da Washington per far sì che Pechino continui a comprare buoni del tesoro americani è stato infatti quello di concedere al Governo cinese l'aumento graduale in seno al FMI dei diritti speciali di prelievo: in pratica l'ufficialità dell'incremento dell'influenza cinese all'interno della principale istituzione finanziaria mondiale.

Se alla decretazione della crescita del potere cinese globale, si unisce l'apertura indiscriminata a Teheran che butta al mare decenni di opposizione e dissidenza nel Paese degli Ayatollah, l'allargamento delle trattative politiche in Afghanistan ai Talebani - quelli moderati (?) - la fretta di lasciare un Iraq sulla strada della pacificazione, l'abbraccio alla Russia autoritaria di Medvedev in nome di un nuovo disarmo nucleare con l'implicita rinuncia alla politica della deterrenza, la visione di un'Europa che interessa solo che fagocita dentro di sé la Turchia scaricando così gli States di responsabilità nel rapporto con il mondo islamico, l'interrogativo di Anne Applebaum ("Yes we can...disarm?") appare pertinente.

Quello che il Presidente Obama deve ancora dimostrare è che la politica della mano tesa porti realmente ad una maggiore stabilità sullo scacchiere internazionale e senza che gli U.S.A. finiscano per liquidare la propria influenza nel mondo nel lampo di una generazione: in fin dei conti, come da qualcuno è stato rilevato, nel 1939 non esisteva alcuna minaccia nucleare e gli Stati Uniti stavano per i fatti propri, eppure finì come sappiamo.

venerdì 27 marzo 2009

Mr President please straight ahead


Ci si prepara alla maratona di parole e speranze che sarà la fondazione del PDL con un sentimento messo lì giù, nella pancia, l'emozione di aver partecipato ciascuno nel proprio piccolo, in questi anni, alla nascita di un partito-aggregatore, liberal-conservatore e questo sì maggioritario, in Italia terra delle estreme non conciliabili, del cattolicesimo e del socialismo irriducibili, un partito che come nelle migliori tradizioni delle democrazie occidentali riesce già a dare voce alle quattro anime "repubblicane": liberista, religiosa, identitaria e quella del pentitismo socialista.

Queste anime sono già attrezzate o si stanno attrezzando a livello di fondazioni, di centri studio, di proposta di informazione e formazione politica-economica-sociale, secondo le modalità che negli Stati Uniti hanno permesso fino all'altro giorno, il surclassamento culturale dei repubblicani ai danni dei democratici.

A peccare in questo processo siamo proprio noi: la galassia di liberali-liberisti-libertari, che con qualche acrimonia ed invidia di troppo, dimostriamo di non riuscire a fare quadrato attorno ad una istituzione o una rivista (centro studi o fondazione che sia), di coagularci in una proposta di nostra visione del Paese dentro il PDL e così stando le cose siamo condannati al minotarismo (e questa non è una novità).

Ma se tanta strada è ancora da compiere (almeno per noi), Roark sente che il sentiero è quello giusto.

Roark è soddisfatto. E' soddisfatto anche dello Statuto del partito e delle modalità di elezione del Presidente, per questa strada sarà possibile selezionare leader in modo democratico ed un futuro post-berlusconiano è forse possibile soprattutto se nel centro-destra si comincerà, in nome del ricambio della classe dirigente e della modernizzazione del Paese a proporre, dopo il Federalismo e le varie politiche di modernizzazione del Paese messe in campo dal Governo, oltre al Presidenzialismo, un'altra battaglia che farebbe scaldare i cuori del popolo del 2 dicembre: le primarie (quelle vere non quelle taroccate) obbligatorie per legge.

Al nostro goldawteriano Presidente la preghiera di tirare dritto come sempre in barba al cesarismo di cui viene accusato dall'Economist (tra l'altro quì non c'è nessuna Roma da prendersi ma un Paese da ricostruire da cima a fondo), ora oltre l'elettorato di centro destra, anche gli altri, ivi compresa la classe dirigente avversaria, cominciano se non a seguirlo, a sforzarsi di capirlo, così facendo forse un giorno torneranno a capire il Paese.

Mr President please straigt ahead!

venerdì 20 marzo 2009

Greetings from Teheran


Così con un bel sorrisone televisivo il grande Obama tende la mano ad Ahmadinejad, mettendo avanti a tutto (leggi la corsa nucleare, il sovvenzionamento di organizzazioni terroristiche, il calpestamento sistematico dei piÙ elementari diritti umani, l'assassinio di Stato di ieri stesso di un blogger buttato in carcere per aver espresso il suo dissenso, lo spregio del diritto internazionale, l'odio verso Israele, ecc. ecc.) in nome di un appeasment che sa di ritirata.
Il comportamento di Obama con gli iraniani ricorda da vicino Jack Nicholson in Mars Attacks il capolavoro di Tim Burton: un Presidente USA che si trova di fronte a marziani che da una parte non perdono occasione per dire che vengono in pace dall'altra fanno terra bruciata; Nicholson nel film cerca grottescamente un accordo anche di fronte agli atti di aperta sfida dei marziani.
I marziani quì sono gli iraniani che nonostante il gesto di Obama non sono soddisfatti, vogliono di più, oltre l'umiliazione. Il brutto è che c'è la sensazione che Barack possa concederglielo.

Inviato dal cellulare Nokia

martedì 3 marzo 2009

Felice giorno dell'indipendenza Texas!


Felice giorno dell'indipendenza Texas!

Oggi Roark gioca al forse non tutti sanno che, ma il 2 Marzo del 1836, un piccolo gruppo di coloni americani e di nativi messicani si riunì in un piccolo villaggio sul Brazos River per dichiarare la propria indipendenza dal Messico e dal suo dittatore sanguinario, Generalissimo Antonio Lopez de Santa Anna.
Per i texani non si trattava di un mero atto di disobbedienza civile. I loro diritti e le loro libertà civili erano stati violati.

Come disse John Wayne “eravamo di fronte alla scelta che tanti uomini in ogni tempo hanno dovuto compiere…l'eterna scelta dell'uomo…cedere all'oppressione o resistere.” - mi ricordo presso a poco dicesse così il caro vecchio John Wayne.

L'esercito messicano era il più grande e il meglio addestrato da quelle parti e gli ordini ricevuti erano chiari: fare terra bruciata sulla strada per Coahuila y Tejas, riprendere la città di San Antonio de Bexar, muovere a nord, schiantare la ribellione e secutare i suoi leader.


Circa 180 volontari si acquartierarono dentro Alamo, tenendo in scacco per quanto possibile 5.000 soldati messicani e tutto ciò unicamente per dare la possibilità ad altri patrioti di dichiarare l'indipendenza ed organizzare una resistenza. Riufiutarono l'offerta di pietà del Generalissimo.

Dopo 13 giorni di resistenza il forte crollò.

L'eroica resistenza gonfiò la bandiera della libertà. La dichiarazione di independenza del Texas fu firmata a Washington-on-the-Brazos il 2 Marzo.

God bless Texas

martedì 17 febbraio 2009

Tempo perso


Non bisogna lasciarsi ingannare dai trionfalismi del nuovo caudillo, per come questo referendum è stato messo in piedi, per l’ansia con cui Hugo Chavez ha fatto in modo che venisse proposto, per l’imponenza della macchina organizzativa messa in piedi, con la TV di Stato prestata ininterrottamente alla sua propaganda e una opposizione sfiancata dalle continue contese elettorali e dal suo autoritarismo ai limiti della dittatura, quel 54% in un consultazione che doveva solamente decidere se il Presidente in carica potesse ancora ripresentarsi, rischia di essere una vittoria di Pirro.
Gli effetti della crisi petrolifera cominciano a sentirsi e l’unica cosa veramente socialista che la cittadinanza venezuelana comincia ad assaggiare è la deindustrializzazione e l’impoverimento. A dispetto delle chiacchiere sulle Misiones è oramai evidente che così non si riesce a mandare avanti uno Stato che deve consolidare le sue istituzioni economiche. Le nazionalizzazioni spaventando gli investimenti privati non hanno certo aiutato.
La disperazione con cui il proto-dittatore si è mosso non va certamente sottovalutata, anche in considerazione del gravissimo attacco alla Sinagoga di Caracas di cui sono stati incolpati ambienti vicini all’estremismo chavista e per il rischio sempre presente di un’accelerazione verso il raggiungimento del suo sogno comunista, ma con buona pace di Fidel Castro che si è congratulato con il Presidentissimo per la travolgente vittoria, la società venezuelana ha ancora probabilmente sufficienti anticorpi per respingere una tale aberrazione.
Nelle ultime elezioni amministrative di Novembre e dopo la vittoria nel referendum del dicembre 2007, l’opposizione ha segnato importanti passi avanti conquistando governatorati in stati chiave del Paese oltre che la municipalità della capitale, il risultato cui abbiamo assistito può anche leggersi nella “simpatia” – che non giustifica e non ha giustificato però da parte della cittadinanza l’adozione di un modello statale dittatoriale – di cui Hugo Chavez continua a godere anche in ambienti di una parte della classe media non tradizionalmente legati al suo movimento. La vera questione è che l’opposizione, dopo essere riuscita a trovare un unità che ancora le sfugge, dovrebbe prepararsi a parlare a questa parte della società in vista delle presidenziali future, riuscendo a spiegare come l’effetto di questa “simpatia” per il Venezuela rischi di tradursi in una imperdonabile perdita di tempo: ricorrono infatti di dieci anni di Chavez al potere e il rischio che il Paese vi si abbandoni per un altro decennio è concreto quanto certo il risultato che si otterrebbe in tale inauspicabile ipotesi: tante parole e poco altro.

lunedì 2 febbraio 2009

Obama in salsa "ma anche"


Ok, la metafora della mano tesa contro il pugno chiuso dell'Islam era davvero bella.
Però da quando Obama è diventato Presidente riproponendo momento dopo momento la sua intenzione di concentrarsi sulla guerra in Afghanistan non c'è giorno che su quel teatro non arrivino segnali. E non sono di distensione.
Ieri nella provincia di Uruzgan, un kamikaze si è fatto esplodere contro una stazione di polizia uccidendo 25 agenti afghani e mietendo feriti su feriti, era vestito in uniforme da poliziotto e ha lanciato la sua auto-bomba umana contro il centro di addestramento di Tirin Kot. Diciamocelo pure, questo pugno non pare aprirsi.
Obama fa l'anima pia su Guantanamo ma sempre ieri si è venuti a sapere, che non rinuncerà ai rapimenti preventivi tanto cari all'amministrazione di G.W. Bush. Come dire...prendo gli applausi dove posso...e mi preparo a parare gli schiaffi...i prigionieri di guerra non li confino a Guantanamo, li semino in giro per il mondo nelle carceri dei paesi alleati e Roark vuole dirvi una cosa: non è da essere certi che Guantanamo fosse peggio del carcere duro magari in Egitto.
Questo primo Obama alle prese con la Guerra al Terrorismo ricorda proprio qualcosa di nostrano, ricorda un po' lo stile "ma anche" dell'amico Veltroni.
Qualche giorno fa il New York Times (non il "Post") titolava che la guerra in Iraq sembra veramente volgere al termine giacché gli americani in loco si stanno ritirando nelle basi e gli uomini della repubblica irachena si stanno assumendo responsabilità crescenti.
Una democrazia in Medio Oriente? E se accadesse su serio? Bè se accadesse sul serio ragazzi pare possibile che sia necessario prepararsi a sentire Obama dire qualcosa sul fatto che la guerra in Iraq era sbagliata...sì, "MA ANCHE" giusta.
Sarà un giorno davvero speciale.


martedì 20 gennaio 2009

Death Ideology



In questo video miliziani di Hamas rapiscono e trascinano a forza dei ragazzi per utilizzarli come scudi umani e proteggersi dal fuoco di Israele.
Dopo tutte le lacrime versate per i caduti dell'una e l'altra parte, nonostante il tagico bilancio delle morti tra i bambini, si alzano gli applausi di Ahmadinejad, Hamas ha fatto già sapere che la prima cosa che farà è riarmarsi per preparare nuovi attacchi e condurre Israele ancora una volta alla guerra.

Yon Struggle


November administrative polls just closed and in Venezuela they starts already to plan another electoral war. President Hugo Chavez has recently announced that through impulse of the Assemblea Nacional, probably in February, he will come out again with his proposal of constitutional reform with which another time he’ll try to make law the indefinitely eligibility of an elected President. The new proposal of constitutional reform come out nevertheless the denial of his first attempt only in the December 2007.
We meet Yon Goicoechea, student of the Catholic University, President of the Istituto Metropolitano de la Iuventute and leader of venezuelan student movement, starring of the 2007 unespected “NO”, reform which also would have provided, with the indefinitely eligibility as an elected President of Chavez, the nationalization of the central bank, property rights limitations and limited financing access for political partities except his PSUV.
Mr Goicoechea could you tell us how all has began?

All began during the political discussions in several country universities, which followed the decision to establish a relationship between different leaders of the University, a network between us to discuss the political situation.
It began like an academic exercise but then, after the closure of the RCTV, the biggest television channel in Venezuela, a private one, which was closed from President Chavez because not on the same “victory” line of him and because the TV was on the opposition on the Government, after the closure of the RCTV, we get together and went all of us in the streets to manifest our disagreement over the President decision, we realized the importance and the power that youth generations have in a society, so we decided to build a national student parliament and invited all of the Venezuelan university representatives.
In Venezuela we have this special situation that there are not far right extremists in the university representatives, in all the university representatives are of center-right, center-left or also center but always moderate, so it has been very easy to get all together against the amendment constitutional proposal; we decided to confront with the Chavez proposal and organized 45 demonstrations, marching in Caracas and simultaneously in other eight cities of Venezuela, 200.000 people marching with us in the biggest demonstration, 10.000 in the smallest.
We make us warrants of the referendum regularity, coming in the poll stations as observatories.

Which was the message you send to the country?

Liberty, the will to consider it a human phenomenon that comes beyond purely economic idea of freedom, I think that the nowadays liberalism, libertarian communication strategy in the world is wrong and this thing due to the excessive concentration over the economic phenomenon, it is important naturally that exists an economic system with liberty on the center, but liberty has to do also with the human nature, with the acknowledge that people can be different; we defend the value of liberty in his huge meaning of respect of the others idea. We defend freedom, rule of law, from the discrimination and the liberty of expression.
We defend the idea of reconciliation in Venezuela, we have a political system and a social one very polarized, we propose to the Venezuelan society to reconcile, we can think different but we are all human beings deserving respect.

Which was your communication strategy during the marches?

White hands. We had white coloured hands to symbolize two things. First of all that we were not corrupted, we had cleaned hands, we were not sons of the precedent political season. The very base of the chavism is the reject of the past, but we don’t come from the past, we are the future, I am twenty-four years old, Chavez when he gets to the power had fourty years and most of all, like him we don’t come from the past, condemning a corrupted past doesn’t mean to have a correct present. We are the Venezuelan future and we are not here to live as corrupt people. White hands to symbolize this but also the fact that we come in peace. We come to build dialogue, to build bridges over Venezuela because this is a divided country, not only politically but also socially: poverty, society exclusion, are factors that create different realities in the same country.

During marching days Chavez reaction was initially surprise, but then, after the December 2007 referendum result, voices get louder over the danger levels causing violent acts from radicals supporters of the President. How is the situation today?

There are always physical dangers. I’ve been aggressed physically and publically. In a conference I was holding, explosive has been found on the stage. I’ve been punched and I’ve got offense of any meanings, but violent people are a minority, radical chavists are a minority, majority of those who vote for Chavez aren’t violent, this is a pacific Country, here there has not been a war since a long time and this is proper to a pacific society, people reject violence, could be people that doesn’t agree with me or who hates me too but they reject anyhow physical aggression as a solution over the political diversities. Yes sometimes I have had fear, sometimes I have fear, but I’m totally sure it’s worth it: I want to live in my Country, I don’t want to go anywhere else, I want to be happy with my family here, I believe that it is my right having the hope it happens in my Country.


Which is the political situation in the Country after the local elections of November, many international observers thought the deuce could bring to a breathing space between government and opposition.

I think that the elections results have been balanced, because Chavez has won the majority of the States, but opposition, although in some cases divided, has won the most populous States and the most important cities, the capital include; in the popular vote there has been almost a balance, with the opposition advanced although minutely, but even if the result has been very balanced, it is the opposition which is gaining consensus, Chavez has lost space, before now he controlled everything, today he controls less States and furthermore the most important ones have passed to the opposition, the game does not consist in seeing who won more States but who is gaining consensus and we are gaining while Chavez is coming back.

How do you judge recent turning-point announced by Chavez who intends to come out again, as the first months of the year, with a new Constitutional amendment referendum proposal again, even if this time there will be one question only and it will be about the chance for him to stand again for indefinite times as President of Venezuela?

It’s a terrible error, because Venezuela could get ready to face the arriving global economical crisis, as everyone knows Venezuela is a petroleum export Country (third producer in the world), our economy is almost entirely based on petroleum and then on its price, thus the international crisis will hurt badly our society, because petroluem markets are slowing and we are selling petroleum at three months, so in the late 2009 we will see the stagnation results of these days. It is for this reason that Chavez needs to press his re-election now, becaues he could not be able to do it after.
We will have a very difficult social situation and the responsability of a government could be to think about solutions, to find the way to soothe problems. Besides we have already decided about the question he is re-proposing. It is constitutional illegitimate to re-propose an equal question in the same legislative period. But the State of law as well known needs beyond democratic institutions also magistrature independence, in Venezuela we have democratic institutions but it doesn’t exist magistrature independence and then there will be no Tribunal which raise the voice sentences the constitutional illegitimate of the Chavez proposal. Then we will vote again, but I believe in the Venezuelan people, Venezuelans, also who votes for Chavez, may want him as President but they don’t want him all life long, in the history of the Venezuela several Presidents have tried to but they have been always defeated, then Chavez with this new challenge do not faces only the opposition but the Venezuelan culture.

What will the student movement do now?

We will fight. We have already start working on demonstrations but we will propose them at the right time. It’s true that our society is strongly influenced by politics, in Venezuela all is politics, all is social politics, but we need the socialization of politics, people is tired of fights, ideology, electoral wars succeding since years, democracy isn’t only voting, obvious voting but even government responsability and its prerogative exercize.
I think that next February referendum is a heavy mistake, but we can not stop, there will come time to rest, but it is not this one, now we have to fight to enjoy that moment in the future and we must win because if Chavez won, basis principle of our Republic could be overturned. We chose to be a Republic, we have ratified several times, Republics are constituted by free and equal individuals, a revolution based on the re-election of a single President is a Monarchy, we have rejected this iussue for centuries, we will reject again.

Whatever it will be next referendum results are there any instability, any social conflicts explosion risks? On a side the Chavez last chance, on the other side a civil society that could be forced to Communism.

In the previous referendum proposal we decided on two different types of State, Communism and Democracy. This time we decide only on the President re-election, it is certainly an important decision, but it isn’t the same thing. I think that these elections are more dangerous for Chavez, because if he wins he will have only won the right to stand again and it doesn’t mean that he will be re-elected; but if he fails to win, his political season will definitely end in 2012.

Which role could the army hold in a critical moment?

In these years the army has been a stability factor since Chavez had to make a personal army, outside the traditional chain of command, he is unpopular inside the military rooms. In the town with most density of militaries PSUV Chavez party has gone down by 25%. I think that the army would foil any attempts to rig the vote or to impose solutions that will not respect electoral results.
Certainly it isn’t enough, we have to fight. I don’t think that we have to fight and win because the fear of Chavez, I don’t believe that it will be possible for him to succeed in changing Venezuela in a Communist country, peopole doesn’t want it, then it isn’t very clear yet what does it means his “21st century socialism”.

Chavez take as an instance of his politics the ‘misiones’ institution, created in his welfare political vision, what are the results?

In some cases results are good but it is the project sustainability that lack, it isn’t sufficient. Take as an instance the misione Robinson, literacy of the poors, it could not be told it isn’t a good thing, but it could be tell that it isn’t sufficient, we need an educational national plan and not some spotting initiatives, we need to create quality, to train youth generations, literacy rate isn’t enough! We have resources to do it, we are a developing country but we are not a poor conuntry. These are not anymore Fidel’s Cuba times!

These missions hire mediacal staff from Castro’s Cuba.

Yes it is here that they are hired, as the first two years results have been satisfied for our medical staff training, but now the starting push is vanishing also in that missions where cuban medical staff still works, we are asking ourselves about the usefulness.
As an instance is the misione Barrio Adentro created to give an health care but good to cure a cold and a little bit more, we need always hospital! It isn’t wrong to give someone supplementary welfare, but it can not be the one, the misiones can not be the fulcrum of a welfare politics, they can be useful to manage the emergencies but then there is the need of a National politics giving services to citizens, whether those services could be offered from the State or privately it depends by points of view, but we haven’t a public nor a private system, this of Chavez is only ideology: people will always need hospital.

As the student movement what could ever be the way to come out of ideology and the never ending battle climate?

I think that it is necessary to come back to principles. We must understand that the way to come out of poverty does not pass through oil, it passes through work, instruction and will. There is the need of participation to understand that there aren’t easy solutions, one only man can not be the answer to a social problem, solidariety is a value like it is to give the chance to all to pick up results of own work and will. So it is born individual responsability but so it is born also collective responsability.

By thanking you, finally Mr Goicoechea, a personal and private question: which is for you the meaning of the word Liberty?

...I had a Professor, a Professor well known here, he told us so: equal words of freedom does not exist, but every human being feels the same when he hears that word.


Giampiero Ricci

sabato 20 dicembre 2008

La sfida di Yon


colloquio con Yon Goicoechea di Giampiero Ricci


Il Venezuela negli ultimi anni è divenuto un laboratorio politico sotto continua osservazione e non solo per essere il terzo Paese al mondo per risorse petrolifere. Da una parte il Governo del Presidente Hugo Chavez che si batte per trasformare la società secondo il suo personalissimo “Socialismo del XXI secolo” ovvero il tentativo di rinnovare l’esperienza comunista cubana di Castro, dall’altra una società civile legata ad istituzioni democratiche consolidate, che lotta pacificamente per il rispetto delle proprie libertà e per impedire il consolidamento di una dittatura.
La battaglia politica si respira giorno per giorno, in ogni momento, soprattutto per le strade dove si trovano i gazebo dei chavisti che sostengono la propaganda per gli emendamenti costituzionali proposti dal Presidente, ma dove si incontrano anche studenti che hanno già ricominciato azioni di protesta e manifestazioni, gli stessi studenti protagonisti della sonora sconfitta di Chavez nel dicembre 2007 allorché il Presidente si presentò alle urne con la sua prima proposta di riforma e fu costretto ad accettare il responso delle urne solamente grazie all’intervento dell’esercito.
Il terreno dello scontro è continuamente accidentato da interventi governativi autoritari, estensione forzosa del controllo sui media, minacce ai dissidenti che legittimano moralmente le violenze cui facilmente si abbandonano frange radicali, la creazione di un esercito del Presidente fuori della tradizionale catena di comando, ricerca continua di alleanze internazionali militari in chiave anti-occidentale.
Così mentre sono state appena chiuse le recenti amministrative di novembre, già ci si prepara all’ennesima battaglia elettorale perché il Presidente Hugo Chavez ha da poco annunciato che attraverso l’iniziativa dell’Assemblea Nacional, riproporrà, per il Febbraio prossimo una riforma costituzionale che preveda ancora una volta l’eleggibilità senza limiti di mandati per un Presidente eletto.
Incontriamo Yon Goicoechea, studente dell’Università Cattolica, Presidente dell’Istituto Metropolitano de la Iuventute e leader del movimento studentesco venezuelano protagonista dell’inaspettato NO del 2007, una riforma che allora prevedeva oltre alla rieleggibilità a tempo indeterminato del Presidente, anche la nazionalizzazione della Banca Centrale, limitazioni del diritto alla proprietà e alla pluralità di espressione politica.
Signor Goicoechea può raccontarci come tutto ebbe inizio?

Tutto cominciò durante le discussioni politiche nelle diverse università del Paese cui seguì la decisione di stabilire una relazione duratura tra i diversi leader delle università, un network tra di noi per discutere della situazione politica.
Iniziò come un esercizio accademico ma dopo la chiusura della RCTV, la più grande rete televisiva in Venezuela, una rete privata, che fu chiusa dal Presidente Chavez perché giudicata non in linea con il proprio pensiero “rivoluzionario” e perché la linea della TV era una linea di opposizione al Governo in carica, dopo la chiusura della RCTV, ci riunimmo e andammo tutti in strada a dimostrare il nostro disaccordo sulla decisione, realizzammo l’importanza e il potere che i giovani hanno in una società, così decidemmo di creare un Parlamento Nazionale degli Studenti ed invitammo tutti i rappresentanti di tutte le Università del Venezuela.
In Venezuela noi abbiamo questa situazione speciale per cui l’estrema destra ha perso tutti i rappresentanti nelle Università e in tutte le Università i rappresentanti sono di centro-destra, centro-sinistra o anche centro, così fu davvero facile riunirci tutti quanti contro la proposta di emendamento della Costituzione; decidemmo di confrontarci con la proposta di Chavez e organizzammo 45 dimostrazioni, marce, in Caracas e simultaneamente in altre otto città del Venezuela, le maggiori, la più grande fu di 200.000 mila persone, la più piccola di 10.000 .
Ci rendemmo garanti della regolarità del referendum, entrando nei seggi come osservatori.

Quale fu il messaggio che diffondeste nel Paese?

Libertà, la voglia di considerarla un fenomeno umano che va oltre l’idea di libertà puramente economica, io penso che la strategia di comunicazione del liberalismo nel mondo di oggi sia errata e ciò è dovuto alla eccessiva concentrazione tenuta sul fenomeno economico, la libertà è molto di più di un fenomeno economico, è importante naturalmente che esista un sistema economico imperniato sulla libertà, ma la libertà ha a che fare anche con la natura umana, con il riconoscimento che le persone possono essere diverse; noi difendiamo il valore della libertà nel suo significato più ampio di rispetto delle idee degli altri. Noi difendiamo la libertà, lo Stato di diritto, la non discriminazione e la libertà di espressione.
Difendiamo l’idea di riconciliazione in Venezuela, abbiamo un sistema politico e sociale molto polarizzato, noi proponiamo alla società venezuelana di riconciliarci, possiamo pensarla diversamente ma siamo tutti esseri umani che meritano rispetto.

Quale fu la strategia di comunicazione?

Mani bianche. Ci colorammo le mani di bianco per simbolizzare due cose. Prima di tutto che noi non eravamo corrotti, avevamo le mani pulite, non eravamo figli della precedente stagione politica. La base del chavismo è il rigetto del passato, ma noi non veniamo del passato, noi siamo il futuro, io ho ventiquattro anni, Chavez quando arrivò al potere ne aveva quaranta e soprattutto come lui non appartenevamo al passato, condannare un passato corrotto non basta a garantirsi un presente corretto. Noi siamo il futuro del Venezuela e non siamo qui per viverci da “corrotti”. Mani bianche a simboleggiare ciò ma anche il fatto che noi veniamo in pace. Noi veniamo per costruire dialogo, per costruire ponti nel Venezuela poiché questo è un Paese diviso, non solo politicamente ma anche socialmente: povertà, esclusione dalla società, sono fattori che creano due differenti realtà nello stesso Paese.

Durante i giorni delle marce la reazione di Chavez fu di un’iniziale sorpresa, ma dopo il risultato del dicembre 2007 i toni si sono alzati superando il livello di guardia e provocando atti violenti da parte di fanatici chavisti. Com’è la situazione oggi?

Il pericolo per l’incolumità fisica c’è sempre. Sono stato aggredito fisicamente e anche calunniato in pubblico (il riferimento è alla satira apparsa sulla rete di Stato che ritrae Yon come un prezzolato per aver ritirato il Milton Friedman For Advancing Freedom Award consegnatogli dal centro studi statunitense Cato Institute), in una conferenza che stavo tenendo è stato messo un esplosivo sul palcoscenico, sono stato percosso e offeso in ogni modo, ma questa gente è una minoranza, i chavisti radicali sono una minoranza, la maggioranza di quelli che votano per Chavez non sono come quella gente, questo è un Paese pacifico, qui non c’è più stata una guerra da tanto tempo e questa è proprio di una società pacifica, la gente rigetta la violenza, ci possono essere persone che non sono d’accordo con me o che mi odiano ma rigettano comunque l’aggressione fisica come soluzione alle diversità politiche. Sì qualche volta ho avuto paura, qualche volta ho paura, ma sono totalmente convinto che ne valga la pena: io voglio vivere felice nel mio Paese, non voglio andare da nessuna altra parte, voglio essere felice con la mia famiglia qui, credo che sia un mio diritto sperare che questo avvenga nel mio Paese.

Qual è la situazione politica nel Paese dopo le elezioni amministrative dello scorso novembre, molti osservatori ritengono che il sostanziale pareggio potesse portare ad una tregua tra Governo e opposizione.

Credo che il risultato sia stato bilanciato, perché Chavez ha vinto la maggioranza degli Stati, ma l’opposizione, seppure in alcuni casi divisa, ha vinto negli Stati più popolosi e nelle città più importanti, inclusa la capitale; nel voto popolare c’è stato quasi un pareggio, con l’opposizione più avanti seppure di poco, ma anche se il risultato è stato molto bilanciato, è l’opposizione che sta incrementando i consensi, Chavez ha perso spazio, prima controllava tutto, oggi controlla meno Stati e per di più i più importanti sono passati all’opposizione, il gioco non consisteva nel vedere chi vinceva più Stati ma chi avanzava e noi siamo avanzati mentre Chavez è tornato indietro.

Come giudichi la recente svolta comunicata da Chavez che intende far proporre per i primi mesi dell’anno, questa volta dall’Assemblea Nazionale dove ha le maggioranze necessarie, ancora un nuovo referendum per riformare la Costituzione, anche se questa volta il quesito sarà unico e verterà solamente sulla possibilità di ricandidarsi indefinitamente da parte di un Presidente eletto?

E’ un terribile errore, perché il Venezuela dovrebbe prepararsi ad affrontare la crisi economica mondiale in arrivo, come noto il Venezuela è un Paese esportatore di petrolio (terzo produttore al mondo), la nostra economia è quasi interamente basata sul petrolio e quindi sul suo prezzo, perciò la crisi internazionale colpirà duramente la nostra società, perché i mercati petroliferi stanno rallentando e noi vendiamo il petrolio a tre mesi, perciò nel 2009 inoltrato osserveremo i frutti della stagnazione che stiamo vivendo in questi giorni. E’ per questo che Chavez ha bisogno di forzare la sua rielezione ora, perché potrebbe non essere in grado di farlo poi.
Avremo una situazione sociale davvero difficile e la responsabilità di un Governo dovrebbe essere quella di pensare alle soluzioni, di trovare il modo di lenire i danni. Inoltre noi abbiamo già deciso sul quesito che ci viene riproposto. E’ illegittimo costituzionalmente riproporre un medesimo quesito nello stesso periodo legislativo. Ma lo Stato di diritto come noto necessita oltre che di istituzioni democratiche anche dell’indipendenza della magistratura, in Venezuela abbiamo istituzioni democratiche ma non esiste l’indipendenza della magistratura e pertanto non ci sarà alcun Tribunale che alzerà il dito decretando l’illegittimità costituzionale della proposta di Chavez. Voteremo quindi di nuovo, ma io credo nel popolo venezuelano, la gente venezuelana, anche quelli che votano per Chavez, possono volerlo Presidente ma non lo vogliono per tutta la vita, nella storia del Venezuela diversi Presidenti hanno provato a farlo ma sono stati sempre sconfitti, perciò Chavez con questa nuova sfida non affronta solo l’opposizione ma la cultura venezuelana.

Cosa farete voi del movimento studentesco ora?

Noi combatteremo. Abbiamo già iniziato a lavorare sull’organizzazione delle manifestazioni ma le proporremo a tempo debito. E’ vero che la nostra è una società fortemente politicizzata, in Venezuela tutto è politica, politica sociale, ma noi abbiamo bisogno della socializzazione della politica, la gente è stufa di scontri, di ideologia, di sfide elettorali che si succedono da anni, la democrazia non è solo votare, certo votare ma anche l’esercizio delle prerogative e delle responsabilità del Governo.
Io penso che la prossima consultazione referendaria di Febbraio è un grave errore, ma non possiamo fermarci, verrà il momento per riposarsi, ma non è questo, adesso dobbiamo combattere per godere di quel momento nel futuro e dobbiamo vincere perché se vincesse Chavez verrebbe sovvertito il principio alla base della nostra Repubblica. Scegliemmo di essere una Repubblica, l’abbiamo ratificato diverse volte, le Repubbliche sono costituite da persone libere ed eguali, una rivoluzione che si basa sulla rielezione di un singolo Presidente è una Monarchia, abbiamo rigettato questo rischio per secoli, lo rigetteremo ancora.

Qualsiasi sia il risultato del prossimo referendum, si corrono rischi di instabilità e di esplosione di conflitti sociali, da una parte abbiamo Chavez all’ultima chance, dall’altra una società civile che può vedersi costretta al comunismo?

Nella precedente consultazione referendaria si decideva su due diversi modelli si Stato, comunismo e democrazia. In questo caso si decide solamente della rielezione del Presidente, è certamente una questione importante, ma non è la stessa cosa. Io penso che queste elezioni sono più pericolose per Chavez, perché se vince avrà solo ottenuto il diritto a ripresentarsi e non vorrà dire certo che è stato rieletto, ma se perde la sua stagione politica si concluderà incontrovertibilmente nel 2012.
Quale ruolo può ricoprire l’esercito in un eventuale momento di tensione?

L’esercito in questi anni è stato fattore di equilibrio tanto che Chavez ha dovuto formare una propria forza militare fuori della tradizionale catena di comando ma lui è impopolare all’interno degli ambienti militari. Nel centro a maggior densità di militari il PSUV (partito di Chavez) è calato del 25%. Credo che l’esercito sventerebbe qualsiasi tentativo di frodare il voto o di imporre soluzioni che non rispettino il risultato elettorale.
Ciò certamente non basta, dobbiamo batterci. Io non penso che dobbiamo batterci per vincere per paura di Chavez, non credo che sarà possibile per lui di riuscire a trasformare il Venezuela in un Paese comunista, la gente non lo vuole, non è poi ancora molto chiaro cosa sia il suo “socialismo del 21mo secolo”.

Chavez porta ad esempio l’istituzione de le ‘misiones’, istituzioni create nella sua visione di politica assistenziale, quali sono i risultati?

In alcuni casi i risultati sono buoni ma è la sostenibilità del progetto che manca, non è sufficiente. Prendiamo ad esempio la misione Robinson, l’alfabetizzazione delle fasce popolari più indigenti, non si può dire che non sia una cosa buona, ma si può dire che è insufficiente, abbiamo bisogno di un piano nazionale per l’educazione e non di iniziative saltuarie, abbiamo bisogno di creare qualità, di formare le giovani generazioni, non basta alfabetizzare! Abbiamo le risorse per farlo, siamo un Paese in via di sviluppo ma non siamo un Paese povero. Non sono più i tempi della Cuba di Fidel!

In queste missioni viene impiegato personale medico dalla Cuba di Castro.

Sì è qui che vengono impiegati, per i primi due anni i risultati sono stati soddisfacenti per la formazione del nostro personale medico, ma adesso la spinta iniziale si sta perdendo e anche in quelle missioni dove lavora ancora il personale medico cubano ci si chiede dell’utilità della cosa.
Un esempio è quello della misione Barrio Adentro creata per dare assistenza sanitaria ma buona per curarti un raffreddore e poco altro, l’ospedale serve sempre! Non è sbagliato fornire assistenza aggiuntiva, ma non può essere l’unica, le misiones non possono essere il fulcro di una politica del welfare, possono servire a gestire le emergenze ma poi c’è bisogno di una politica nazionale che fornisca servizi al cittadino, che poi questi servizi possano o debbano essere offerti dalla mano pubblica o da quella privata dipende dai punti di vista, ma noi non abbiamo né un sistema pubblico né un sistema privato, quella di Chavez è solo ideologia: la gente avrà sempre bisogno degli ospedali.

Per il movimento studentesco quale dovrebbe essere la strada per uscire dalle pastoie ideologiche e dal clima di scontro continuo?

Credo che sia necessario tornare ai principi. Dobbiamo comprendere che la strada per uscire dalla povertà non passa per il petrolio, passa per il lavoro, l’istruzione e la volontà. C’è bisogno di partecipazione per poter comprendere che non esistono soluzioni facili, una sola persona non può essere la risposta ad un problema sociale, la solidarietà è un valore come lo è quello di dare la possibilità a tutti di raccogliere i risultati del proprio lavoro e della propria forza di volontà. Così nasce la responsabilità individuale ma così nasce anche la responsabilità collettiva.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità e per concludere Mr Goicoechea, una domanda personale, privata: che significato ha per lei la parola Libertà?

Avevo un Professore, un Professore molto conosciuto qui da noi, che ci diceva così: non esistono definizioni uguali per tutti della parola libertà, ma ogni essere umano sente la stessa cosa quando ascolta quella parola.












sabato 13 dicembre 2008

No al comunismo in Venezuela

Fine del viaggio, fine del liveblogging, un saluto a tutti gli amici e alle amiche che mi hanno seguito notte e giorno in questa avventura. Roark va a riposare per un po' e il pensiero va a tutti gli studenti - come gli iraniani in questi giorni - che si battono a rischio della vita in difesa della propria dignità di esseri umani, che l'esperienza di Yon Goicoechea faccia riflettere i nostri sulla serietà delle motivazioni che dovrebbe sempre risiedere dietro pubbliche dimostrazioni di protesta. L'intervista su liberal martedì, sul web la trovate su loccidentale.it seguitelo, il reportage sul prossimo numero di Con. A presto

Le case attorno Francoforte

Passare dalla megalopoli sudamericana agli edifici a schiera e alla geometria della rete stradale è abbastanza straniante, ma il fumo che sale dalle ciminiere delle fabbrichette di Francoforte mi tranquillizza. Si prende il volo per Roma.

venerdì 12 dicembre 2008

Si torna a casa


Dopo la nottata di ieri ho fatto il sonno dei giusti.
Crollato!
Eccomi qua, dopo una lauta colazione, qualche scarabocchio e la lettura della mia amata Ayn Rand.
REALITY EXIST
Si torna a casa.