giovedì 24 settembre 2009

Non date spazi al Circo barnum


No ragazzi Roark non vuole parlare degli animalisti sul piede di guerra, non si vuole spendere contro il Circo o contro i maltrattamenti agli animali, il Barnum che lo intriga di più è quell'orrenda sceneggiata che si dimostra ancora una volta essere l'assemblea delle nazioni unite, qualcosa a metà tra una notte degli Oscar, un pletorico soviet, una incredibile vetrina per gli sproloqui dei dittatori di tutto il mondo e naturalmente le belle parole dei capi di Stato e di Governo occidentali che non possono permettersi di perdere occasione per scagliarsi contro nemici invisibili (il Global Warming) ovvero duellare contro la povertà nel mondo.
I gomiti piegati e palmi dele mani in su in atteggiamento di preghiera di Ban Ki Moon, lo sguardo incazzato di Hatoyama che sembra qualcuno gli abbia appena rubato il portafoglio, il pupazzo di Hu Jintao che profonde parole rassicuranti, l'entrata di "The Man" stile campione dell'NBA e poi loro Morales, Chavez, Ahmadinejad, Gheddafi e vai col tango.
Posto che come al solito la sifda fotografica la vince Barack, maestro nel saper sfoggiare la mascella quadrata in queste circostanze e le spallucce quando l'esercito magari gli chiede più uomini e posto ancora che non è certo la prima volta che assistiamo a questi spettacoli la recente assemblea ha però il merito di essere riuscita a sconfinare nel grottesco.
Le vaccate di Ahmadinejad hanno prodotto il solito abbandono della sala (meno male) delle delegazioni occidentali (non tutte però gli svedesi no), Zapatero ha scelto uno stile hip hop minimal e alla fine ha fatto tenerezza, interessante invece il sovrappeso che ha palesato Hillary Clinton, ma il teatrino di un Gheddafi in formato Michael Jackson ultimo stadio è stato qualcosa da ricordare: bigliettini, libretti, parole incomprensibili. Eccezionale.
Poi attori, ex non-Presidenti alla Al Gore, il Barnum insomma.
La decisione che verrà adottata in materia di inquinamento sarà quella di doversi rincontrare per adottare altre decisioni.
Dato per scontato come non è che ci sia davvero il Global Warming, siamo sicuri di avere bisogno di tutto questo?

L'imprenditore di Pordenone - Corriere della Sera

L'imprenditore di Pordenone - Corriere della Sera

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lunedì 21 settembre 2009

venerdì 11 settembre 2009

Non facciamo gli struzzi


Diciamocela una cosa.
La partita che sta giocando Fini ha poco a che vedere con la leadership berlusconiana o con l'azione di questo Governo. Ha molto a che vedere con il futuro del PDL. Certo ha a che vedere con il futuro politico di Fini ma ha molto più a che vedere con il futuro del PDL.
C'è un determinismo anagrafico ineluttabile cui rifiutarsi di prendere atto significherebbe mettere la testa sottoterra come gli struzzi.
Quando Silvio non sarà più Presidente del Consiglio - visto che per sua stessa ammissione non si ricandiderà e questo giorno sarà tra quattro anni quando avrà raggiunto la veneranda età di 76 anni - non si tratterà solamente di trovare il modo giusto per selezionare un leader che vada bene alle oligarchie interne e che possa intendersela con la Lega, si tratterà di strutturare un dialogo tra i vari pensieri politici che animano la base del partito, pena la fine di tutto e il trionfo del Grande Zentro!
Oggi tutto questo pare non serva perché Berlusconi riassume o per lo meno prova a riassumere culturalmente tutti o quasi, ma domani le cose saranno diverse.
Non potrà esistere una personalità dotata dell'eccezionalismo del Presidente del Consiglio a meno che non si preveda di affidare le scelte politiche del partito per i prossimi dieci anni ad un ologramma preregistrato che funga da oracolo!
Cominciare un dibattito politico anche aspro e non nascondersi dietro un dito è un buon inizio. Darsi regole democratiche nel partito è l'unica speranza che questo ha di sopravvivere all'uscita dalla scena politica del suo fondatore e ispiratore.

venerdì 4 settembre 2009

Oltre il linguaggio da Caserma


Come un lampo nel deserto, l'intervista ieri rilasciata dal Ministro degli Esteri Frattini prova a spaccare la coltre plumbea, l'afa soffocante che attanaglia molto di più che semplicemente questo finire dell'estate.

Parliamo di PDL per una volta. Parliamo del nostro futuro.

Il PDL deve rimanere un partito pluralista, dalle molte voci, senza che chi sia evidentemente in minoranza debba essere trattato da matto, da svagato o sedizioso perché "fuori linea".

Per una vita da questa parte ci si è battuti contro il pensiero unico comunista, sarebbe paradossale oggi cercarne di editarne una riproposizione paradossale.

Frattini parla giustamente di modificare la direzione del partito da triumvirato a leader unico, parla di immigrazione appoggiando le posizione del Presidente della Camera Gianfranco Fini e da ultimo nelle sue parole si respira un liberalismo di fondo troppo sacrificato in questo inizio di PDL e di azione dell'esecutivo all'asse Tremonti-Lega che se assicura la governabilità ne limita senz'altro gli obiettivi di riforma.

La Lega di oggi non è più un partito riformista infatti ma il tentativo di costruire un nuovo centralismo nord-centrico su base socialista: gabbie salariali voglino dire salari minimi, altro che federalismo liberale! Semplicemente un sistema per avere il permesso di creare nuove tasse, vedi il progetto calderoliano di nuova tassa unica sulla casa.
Nel medio termine dovranno pur certo spiegarlo all'elettorato costituito dalla piccola imprenditoria delle provincie settentrionali ma se per Tremonti tutto ciò è funzionale al suo conservatorismo compassionevol e va detto un conservatorismo funzionale a tutti tranne che ai conti dello Stato, per il PDL questa è la tomba della sua ispirazione liberale.

Riprendere il timone in mano, rispolverare le battaglie liberali e liberiste che ispirarono l'entrata in politica di Berlusconi nel '94 è un tentativo che all'interno del partito va tenuto vivo, che sia Frattini a tenere alta la bandiera sarebbe davvero una buona notizia.

Servirebbe al partito a tenere al suo interno e nel Paese un dibattito vivo e salutare e aiuterebbe a tenere alta la guardia contro la trasformazione del PDL in una nuova Balena Bianca para-liberale che governi per governare, qualcosa di cui non sembriamo proprio aver bisogno.

martedì 14 luglio 2009

lunedì 13 luglio 2009

Quanto Grande deve diventare la spesa governativa per essere realmente obamiana?


Nella giornata di ieri una notizia ha attraversato le agenzie di stampa statunitensi, la amministrazione Obama sta considerando di estendere il metodo del bailout anche ai piccoli business.

Nei suoi auspici la mossa servirebbe a permette di accedere al fondo di $700 bilioni anche per milioni di piccole iniziative commerciali.

L’iniziativa è senza precedenti, una tale limitazione del private business da obbligare a cambiare la definizione di Economia Liberale in qualcosa di diverso, un provvedimento che non si sognerebbe di proporre nessun Governo europeo anche in regime di Economia Sociale di Mercato, così come viene definito il sistema europeo.

Dovesse entrare in vigore un tal provvedimento vorrebbe significare per il Governo Americano, la chance di subentrare in qualsiasi esercizio commerciale, un qualcosa che rievoca sinistramente quella iconografia squallida del socialismo comunista russo che voleva anche le panetterie fossero pubbliche e che i generi alimentari fossero ritirati con le tessere concesse da Sua Eminenza lo Stato ovvero ilPCUS proprietario di tutto proprio tutto.

Finalmente anche qualche osservatore non smaccatamente conservatore comincia a levare gli scudi contro una amministrazione che di sorriso in sorriso, facendosi scudo con la crisi, rischia di realizzare il peggio partorito dalla ideologia malata del socialismo americano alla Jesse Jackson.

Ma se la riforma del comparto sanitario rappresenta la sifda delle sfide, un ultimo baluardo a questo punto rimasto a garantire la diversity della nazione indispensabile, essa resta pur sempre una sfida meramente politica combattuta su un terreno politico, questa dei bailout no, essa rappresenta qualcosa di altro.

Si tratta di rinnegare la tutela della property in nome di una stability addossata ai taxpayer di oggi e domani, secondo una libera interpretazione dei fatti di una amministrazione pro tempore che rovescia, senza pensarci tanto, uno dei tre cardini della Costituzione Americana, Life / Liberty / The Pursuit Of Happiness, nei secoli tradotta come il diritto alla tutela della private property dalla longa manus di uno Stato Avido prima che Etico.

Robert J. Samuleson, dalle colonne del Washington Post http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/07/12/AR2009071201533.html?wpisrc=newsletter si chiede preoccupato la domanda che tutti gli americani dovrebbero porsi, quanto Grande gli americani vogliono diventi la spesa governativa? Se qualcuno non ha ancora razionalizzato, il governo illuminato di Barack Obama sta per lanciare un OPA permanente sulla economia privata statunitense, qualcosa che gli americani si porteranno dietro per molto tempo ancora dopo che la Crisi di questi anni non sarà che un pallido ricordo.

Il giorno dopo il passaggio di un tale provvedimento, la buotade sulla trasformazione degli Stati Uniti di America nella Unione degli Stati Uniti Socialisti di America non sarà più una boutade, ma una triste proto realtà per tutti coloro che amano gli Stati Uniti per quello che sono sempre stati, The Land Of The Free.

giovedì 2 luglio 2009

Il limite del parossismo


Succede che il mio pezzo Contro il Nuovo Culto apparso nei giorni scorsi sulla rivista on line della Fondazione Fare Futuro www.ffwebmagazine.it sia stato ripreso dal mainstream della stampa nazionale scatenando un vespaio di veleni e polemiche.
Il sottoscritto avrebbe infatti prestato la sua voce ad una sediziosa fronda interna al centro destra italiano suscitando irritazione e stizza.
Tutto ciò siccome il pezzo era una mera recensione su The Cult of the Presidency: America's Dangerous Devotion to Executive Power di Gene Healy, editorialista del Los Angeles Times e del Chicago Tribune, dove si parla di stile ed esercizio del potere.
Ho sempre pensato debba esistere un limite nella politicizzazione dei fatti rappresentato dal rischio di cadere nel parossismo. Evidentemente mi sbagliavo.
Ma per il fatto che mi sbagliavo certo non intendo limitare la mia libertà di esprimere un personale parere, che non vincola e obbliga nessuno, tanto meno gli amici di Fare Futuro che ringrazio per la solidarietà e le dovute precisazioni.



http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200906articoli/45027girata.asp
http://archiviostorico.corriere.it/2009/giugno/30/Farefuturo_attacca_Basta_Caligola_Irritazione_co_8_090630020.shtml
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/06/30/fini-nessuna-crisi-maggioranza-solida.html
http://taggatore.com/articolo/governo-fare-futuro-non-tirateci-per-la-giacca-nessun-secondo-fine
http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?ImgPath=immagini/Foto/1presidential_seal_int.jpg&Cat=1&Art=1799&StrMotore=giampiero%20ricci&TitoloBlocco=Risultato%20della%20Ricerca&page=1

venerdì 19 giugno 2009

Referendum, votare SI per dimenticare


Se volete davvero interrogarvi sopra questa marea che si sta abbattendo contro il Presidente del Consiglio non dovete andare molto lontano.
Domenica e Lunedi si tiene un referendum capace, ove accolto dalla maggioranza degli italiani, di spazzare via per sempre un costume e un assetto politico, mediatico, affaristico, su cui il sistema conta e contava per poter perpetrare il proprio parassitismo ai danni di tutti i tax payers italiani.
Ma il Presidente ha sottovalutato il passaggio o peggio, per debolezza politica, lo ha glissato, di fatto mandando a quel paese quella ultima speranza di riforma che rimaneva agli illusi del 1994 come Roark.
Ecco che dopo reaganismo, liberismo, taglio della spesa pubblica, riduzione drastica delle aliquote fiscali, finisce in soffitta pure il bipartitismo, il tutto in nome di un governo che per quanto senza infamia o senza lode si stia comportando, certo non adempie al mandato politico del suo elettorato per un cambiamento radicale, vero senso del voto al centrodestra negli ultimi 15 anni.
Attacchi, insulti, giustizia ad orologeria, menzogne, spiate, vigliaccate, disonesti a tutta birra, moralisti, finto inquisitori, speculatori e via di questo passo, si sono messi di traverso da sempre da momento della discesa in campo del Cavaliere ma non hanno mai avuto successo per il semplice fatto che la gente era con lui, disposta a seguirlo, anche turandosi il naso su alcune evidente contraddizioni e/o conflitti di interesse, il tutto in nome di una cosa, le riforme e non il suo bel sorriso che non ha mai ipnotizzato nessuno.
Ora che chiaro che queste riforme non verranno al Presidente del Consiglio viene a mancare lo scudo del sostegno popolare incondizionato che prelude la fase di inzio del sospetto.
Probabilmente troppo tardi per Berlusconi per cambiare strada, per noi cittadini invece no, votare SI al referendum rappresenta una ultima chiamata valida per restituirci un futuro attraverso un sistema politico bipartitico, stabile e omogeneo, per fare in modo che il sistema della alternativa al governo del Paese resti anche dopo la fine della stella berlusconiana.
VOTARE SI.

martedì 19 maggio 2009

Ok tutto bello ma il debito chi lo paga?


Con il debito pubblico che viaggia alla grande e promette di andare alle stelle per il minor gettito fiscale che necessariamente si otterrà vista l'ennesima splendida performance di crescita del sistema Italia (-5%) resta da capire se sia arrivato finalmente il momento di ripensare le certezze "etiche" del nostro Tremonti.

E si perché parlare di "etica" come ha fatto Tremonti nel suo libro manifesto "La Paura e la speranza" può aiutare a diventare digeribili dalle nomenklature dei grandi quotidiani nazionali, può portare i voti dei ben pensanti che affollano il nostro paese, ma non aiuta certo ad alleggerire dalle giovani generazioni e dal nostro futuro la tara del Debito Pubblico.

Questa mattina un altro ben pensante, il liberal Giavazzi, invoca riforme. Roark è d'accordo, ma quali riforme: l'aumento dell'età pensionabile, la riforma degli ammortizzatori sociali, rifare lo Statuto dei lavoratori, non sono riforme, sono provvedimenti di buon senso.

Le riforme economiche che il paese deve affrontare sono ben più strutturali, c'è finalmente da chiedersi perché in Italia da quando è diventato acclarato che il debito accumulato sia divenuto irredimibile, non si sia anche pensato a soluzioni tipiche per chiunque abbia un grosso debito: attingere al patrimonio, ridurre i costi per massimizzare gli avanzi di cassa.

Noi no. Noi continuiamo a spendere e ci beiamo del fatto che la crisi per noi sia più leggera che per gli altri. Ok tutto bello ma il debito chi lo paga?

E' arrivato il momento di capire e raccontare come per le nostre entrate le spese e le aree di intervento che lo Stato si è ritagliato non siano più finanziabili, sceglierne alcune e tagliare le altre non per abbandonarle, ma magari per cederle in concessione ai privati (e questo a partire dal sistema previdenziale ed a seguire con il sistema sanitario) è l'unica soluzione l'alternativa è il delirio dello Stato di Polizia Tributaria che sogna Vincenzo Visco, non c'è una terza strada.

Si parlava nel programma del PDL di abolizione delle provincie (ma la Lega non vuole), di privattizzazione delle municipalizzate (ma la Lega non vuole), di tutto e di più (ma la Lega non vuole) e delle riforme vere del bilancio dello Stato: in questo primo anno del secondo Governo Berlusconi di esse non vi è traccia.

Resta il consenso a Berlusconi - destinato rapidamente a calare - e la eco degli applausi a Tremonti - destinati a perdersi nell'impietosa contabilità di un altro fallimento - e poco più.

Cosa stiamo aspettando? Se la coalizione (leggi la Lega) impedisce le riforme, che lo si dica forte e che si abbracci il referendum del 21 giugno e poi basta una volta per tutte.

domenica 26 aprile 2009

Stop spending our future

http://www.youtube.com/watch?v=yREOUxo6Qdc

E' un allarmante, ma onesto, video apparso su Reason TV. Il video consente una comprensione oculare della follia interventista partita negli States sul finire dell'ultimo mandato Bush ed amplificata esponenzialmente da tra bailouts e ”stimulus” vari dall'Amministrazione Obama: un spesa governativa che supera ampiamente il Piano Marshall, la Seconda Guerra Mondiale e il New Deal roosveltiano.
Si regga chi può.

martedì 21 aprile 2009

Washington: scoperta la bufala del furto telematico del progetto del super-caccia






Se avete letto la notizia non vi preoccupate, se non l'avete letta leggetela di sotto e comunque non preoccupatevi lo stesso, nessuna violazione del segreto militare o furto telematico da parte dei cinesi: Mr. Obama ha dato le carte del progetto in cambio delle figurine di Mao. E' tutto a posto.


Ora fate un bel sorriso che Barack ci deve parlare.
YES WE CAN!

http://www.corriere.it/esteri/09_aprile_21/bombardiere_pirati_piano_9de27ad6-2e52-11de-8b9e-00144f02aabc.shtml

mercoledì 15 aprile 2009

Che siano le europee a venire accorpate al referendum


La Lega ha grandi e storici meriti rintracciabili soprattutto nel suo essere riuscita a scardinare l'incartapecorito vecchio sistema della partitocrazia, nell'aver imposto nell'agenda politica del Paese il tema del federalismo, nell'aver tutto sommato esercitato il suo ruolo di partito regionale con dosi alterne di responsabilità, ma comunque mediamente utili ad una composizione pacifica di tensioni realmente esistenti dentro il Paese.

Ma Oggi?

Bè c'è da chiedersi quale ruolo ambisca a ricoprire: maturare in un partito regionale alla CSU bavarese, portare la spinta autonomista alle estreme conseguenze, semplicemente campare della rendita politica forte di essere diventata lei il famigerato "ago della bilancia".

Visto l'approccio demagogico e irrazionale in materia di immigrazione e soprattutto il tipo di papocchio di federalismo che si è riusciti a votare, anche e soprattutto grazie all'accordo della Lega con il PD, pare di capire che sia la terza opzione, quella più prosaica, che la Lega voglia esercitare.

Insomma dimentichiamoci il liberismo (a dire il vero di liberismo Bossi non parla da almeno 5 anni) e il federalismo della prima ora, adesso va bene una riforma che entri in vigore tra dieci anni e che semplicemente preveda un grado di perequazione tra le regioni uguale a quello di oggi: il grande successo leghista sarebbe quindi di aver portato il budget dello Stato nel capitolo dei trasferimenti locali dal costo storico al costo previsionale, un tecnicismo di cui ci si può entusiasmare con difficoltà e che però diventa utile a reintrodurre dalla finestra un'altra tassa, la nuovissima Imposta sulla Casa che manda in brodo di giuggiole Calderoli perché significa soldi nelle casse della amministrazioni provinciale leghiste. Ancora una nuova imposta contro il diritto alla proprietà del cittadino che proprio questo Governo ha mostrato di voler tutelare con l'abolizione dell'ICI sulla prima casa: schizofrenia.

Roark era per il modello lombardo, quello di Formigoni, secondo cui andavano lasciate alle Regioni percentuali importanti di IVA, IRES e IRPEF, di pari passo con la devoluzione delle competenze già costituzionalmente avviata.

Ma tant'è appare chiaro che alla Lega, fondamentalemente, di tutto ciò non freghi nulla, l'importante è poterlo dire: ecco il federalismo ovvero a noi la borsa.

La domanda è: di questa Lega da domani, il PDL ha bisogno?
Fino a prima del disastro del terremoto a tratti sembrava di essere tornati agli Odg di bandiera, quando il Parlamento era costretto a votare e riunirsi per decidere sull'ultimo capriccio del Segretario di partito del momento. Dove il partito del momento è la Lega.
E allora perché no l'accorpamento con le europee?
Votare l'accorpamento con le europee anche in barba ai niet leghisti potrebbe al più portare alla caduta del Governo e quindi a nuove immediate elezioni anticipate da tenersi con una nuova legge ottenuta dal referendum e con il risultato del probabile ridimensionamento sostanziale del peso leghista.
Se il Governo invece, come probabile, reggesse anche all'indomani di un eventuale passaggio del quesito referendario la Lega sarebbe sempre sotto lo schiaffo di un possibile mancato apparentamento alle future politiche e sarebbe probabilmente costretta a rivedere la sua strategia magari tornando ad occuparsi di riforme vere piuttosto che della deriva doroteista cui la sua evoluzione odierna sembra riportare: perdere tempo in Parlamento per dover sottostare ai diktat sull'introduzione delle ronde (?) o discutere del fatto che l'immigrato in ospedale debba essere denunciato dal medico, non interessa in primis agli stessi abitanti del Nord Italia, con tutto il rispetto ci sono questioni economico-sociali ben più importanti.
NO. Il PDL ha un mandato chiaro dal suo elettorato, riformare in senso liberale e conservatore lo Stato italiano, nei contenuti e nelle istituzioni, per questo disegno è strutturale il bipartitismo.

Non c'è Lega che tenga, quel che di essa rimarrà potrà sempre allearsi con il PDL ma senza ricatti.

VIVA IL REFERENDUM, VIVA IL SI'.


giovedì 9 aprile 2009

"Yes we can...disarm?"


"Yes we can...disarm?" scrive in un editoriale sul Washington Post Anne Applebaum, il ritorno dal viaggio in Europa del Presidente Obama è stato condito da più di un interrogativo da parte degli addetti ai lavori sulla direzione che il Paese a stelle e strisce sta prendendo in politica estera.

Ma da parte degli addetti ai lavori...perché quanto all'elettorato, un recentissimo sondaggio del New York Times, ripreso sul noto sito di attualità politica americana realclearpolitics.com, dà il Presidente con un indice gradimento che oscilla tra il 61 e il 66%.

La politica delle "scuse", così come è stata ribattezzata, asseconda gli istinti isolazionisti di una classe media americana rinfrancata dall'accanimento fiscale contro i più abbienti, categoria in cui l'opinione pubblica frustrata da una pesantissima recessione, vede i responsabili del disastro finanziario.

Ma al di là degli effetti di un pur legittimo populismo, che nel caso di specie può servire a tenere unita una società provata, restano pur sempre sul tavolo e tutte, le perplessità sollevate sulla svolta alla politica internazionale che la nuova Casa Bianca, non solo a parole ma nei fatti, ha cominciato ad imprimere.

Che da un Governo democratico bisognasse aspettarsi una maggiore focalizzazione sul versante del Pacifico era nelle cose, già dal primo Governo Clinton fu evidente come la dirigenza democratica, storicamente portatrice in economia di dollaro forte e crescita economica sostenuta anche se a discapito del budget e del debit0, fosse interessata a intercettare tale crescita nelle economie emergenti delle tigri asiatiche, nel rapporto privilegiato con la Corea del Sud, nell'alleato giapponese e soprattutto nell'assecondamento della inevitabile crescita cinese.

A tale visione sembra uniformarsi il nuovo Segretario di Stato, Hillary Clinton, quello che gli osservatori internazionali non hanno però mancato di sottolienare è che durante il G20 di Londra si è assistito però ad un rovesciamento delle parti: adesso è la Cina che asseconda gli Stati Uniti d'America non per la crescita bensì per la sopravvivenza.
Il prezzo pagato da Washington per far sì che Pechino continui a comprare buoni del tesoro americani è stato infatti quello di concedere al Governo cinese l'aumento graduale in seno al FMI dei diritti speciali di prelievo: in pratica l'ufficialità dell'incremento dell'influenza cinese all'interno della principale istituzione finanziaria mondiale.

Se alla decretazione della crescita del potere cinese globale, si unisce l'apertura indiscriminata a Teheran che butta al mare decenni di opposizione e dissidenza nel Paese degli Ayatollah, l'allargamento delle trattative politiche in Afghanistan ai Talebani - quelli moderati (?) - la fretta di lasciare un Iraq sulla strada della pacificazione, l'abbraccio alla Russia autoritaria di Medvedev in nome di un nuovo disarmo nucleare con l'implicita rinuncia alla politica della deterrenza, la visione di un'Europa che interessa solo che fagocita dentro di sé la Turchia scaricando così gli States di responsabilità nel rapporto con il mondo islamico, l'interrogativo di Anne Applebaum ("Yes we can...disarm?") appare pertinente.

Quello che il Presidente Obama deve ancora dimostrare è che la politica della mano tesa porti realmente ad una maggiore stabilità sullo scacchiere internazionale e senza che gli U.S.A. finiscano per liquidare la propria influenza nel mondo nel lampo di una generazione: in fin dei conti, come da qualcuno è stato rilevato, nel 1939 non esisteva alcuna minaccia nucleare e gli Stati Uniti stavano per i fatti propri, eppure finì come sappiamo.

venerdì 27 marzo 2009

Mr President please straight ahead


Ci si prepara alla maratona di parole e speranze che sarà la fondazione del PDL con un sentimento messo lì giù, nella pancia, l'emozione di aver partecipato ciascuno nel proprio piccolo, in questi anni, alla nascita di un partito-aggregatore, liberal-conservatore e questo sì maggioritario, in Italia terra delle estreme non conciliabili, del cattolicesimo e del socialismo irriducibili, un partito che come nelle migliori tradizioni delle democrazie occidentali riesce già a dare voce alle quattro anime "repubblicane": liberista, religiosa, identitaria e quella del pentitismo socialista.

Queste anime sono già attrezzate o si stanno attrezzando a livello di fondazioni, di centri studio, di proposta di informazione e formazione politica-economica-sociale, secondo le modalità che negli Stati Uniti hanno permesso fino all'altro giorno, il surclassamento culturale dei repubblicani ai danni dei democratici.

A peccare in questo processo siamo proprio noi: la galassia di liberali-liberisti-libertari, che con qualche acrimonia ed invidia di troppo, dimostriamo di non riuscire a fare quadrato attorno ad una istituzione o una rivista (centro studi o fondazione che sia), di coagularci in una proposta di nostra visione del Paese dentro il PDL e così stando le cose siamo condannati al minotarismo (e questa non è una novità).

Ma se tanta strada è ancora da compiere (almeno per noi), Roark sente che il sentiero è quello giusto.

Roark è soddisfatto. E' soddisfatto anche dello Statuto del partito e delle modalità di elezione del Presidente, per questa strada sarà possibile selezionare leader in modo democratico ed un futuro post-berlusconiano è forse possibile soprattutto se nel centro-destra si comincerà, in nome del ricambio della classe dirigente e della modernizzazione del Paese a proporre, dopo il Federalismo e le varie politiche di modernizzazione del Paese messe in campo dal Governo, oltre al Presidenzialismo, un'altra battaglia che farebbe scaldare i cuori del popolo del 2 dicembre: le primarie (quelle vere non quelle taroccate) obbligatorie per legge.

Al nostro goldawteriano Presidente la preghiera di tirare dritto come sempre in barba al cesarismo di cui viene accusato dall'Economist (tra l'altro quì non c'è nessuna Roma da prendersi ma un Paese da ricostruire da cima a fondo), ora oltre l'elettorato di centro destra, anche gli altri, ivi compresa la classe dirigente avversaria, cominciano se non a seguirlo, a sforzarsi di capirlo, così facendo forse un giorno torneranno a capire il Paese.

Mr President please straigt ahead!

venerdì 20 marzo 2009

Greetings from Teheran


Così con un bel sorrisone televisivo il grande Obama tende la mano ad Ahmadinejad, mettendo avanti a tutto (leggi la corsa nucleare, il sovvenzionamento di organizzazioni terroristiche, il calpestamento sistematico dei piÙ elementari diritti umani, l'assassinio di Stato di ieri stesso di un blogger buttato in carcere per aver espresso il suo dissenso, lo spregio del diritto internazionale, l'odio verso Israele, ecc. ecc.) in nome di un appeasment che sa di ritirata.
Il comportamento di Obama con gli iraniani ricorda da vicino Jack Nicholson in Mars Attacks il capolavoro di Tim Burton: un Presidente USA che si trova di fronte a marziani che da una parte non perdono occasione per dire che vengono in pace dall'altra fanno terra bruciata; Nicholson nel film cerca grottescamente un accordo anche di fronte agli atti di aperta sfida dei marziani.
I marziani quì sono gli iraniani che nonostante il gesto di Obama non sono soddisfatti, vogliono di più, oltre l'umiliazione. Il brutto è che c'è la sensazione che Barack possa concederglielo.

Inviato dal cellulare Nokia

martedì 3 marzo 2009

Felice giorno dell'indipendenza Texas!


Felice giorno dell'indipendenza Texas!

Oggi Roark gioca al forse non tutti sanno che, ma il 2 Marzo del 1836, un piccolo gruppo di coloni americani e di nativi messicani si riunì in un piccolo villaggio sul Brazos River per dichiarare la propria indipendenza dal Messico e dal suo dittatore sanguinario, Generalissimo Antonio Lopez de Santa Anna.
Per i texani non si trattava di un mero atto di disobbedienza civile. I loro diritti e le loro libertà civili erano stati violati.

Come disse John Wayne “eravamo di fronte alla scelta che tanti uomini in ogni tempo hanno dovuto compiere…l'eterna scelta dell'uomo…cedere all'oppressione o resistere.” - mi ricordo presso a poco dicesse così il caro vecchio John Wayne.

L'esercito messicano era il più grande e il meglio addestrato da quelle parti e gli ordini ricevuti erano chiari: fare terra bruciata sulla strada per Coahuila y Tejas, riprendere la città di San Antonio de Bexar, muovere a nord, schiantare la ribellione e secutare i suoi leader.


Circa 180 volontari si acquartierarono dentro Alamo, tenendo in scacco per quanto possibile 5.000 soldati messicani e tutto ciò unicamente per dare la possibilità ad altri patrioti di dichiarare l'indipendenza ed organizzare una resistenza. Riufiutarono l'offerta di pietà del Generalissimo.

Dopo 13 giorni di resistenza il forte crollò.

L'eroica resistenza gonfiò la bandiera della libertà. La dichiarazione di independenza del Texas fu firmata a Washington-on-the-Brazos il 2 Marzo.

God bless Texas

martedì 17 febbraio 2009

Tempo perso


Non bisogna lasciarsi ingannare dai trionfalismi del nuovo caudillo, per come questo referendum è stato messo in piedi, per l’ansia con cui Hugo Chavez ha fatto in modo che venisse proposto, per l’imponenza della macchina organizzativa messa in piedi, con la TV di Stato prestata ininterrottamente alla sua propaganda e una opposizione sfiancata dalle continue contese elettorali e dal suo autoritarismo ai limiti della dittatura, quel 54% in un consultazione che doveva solamente decidere se il Presidente in carica potesse ancora ripresentarsi, rischia di essere una vittoria di Pirro.
Gli effetti della crisi petrolifera cominciano a sentirsi e l’unica cosa veramente socialista che la cittadinanza venezuelana comincia ad assaggiare è la deindustrializzazione e l’impoverimento. A dispetto delle chiacchiere sulle Misiones è oramai evidente che così non si riesce a mandare avanti uno Stato che deve consolidare le sue istituzioni economiche. Le nazionalizzazioni spaventando gli investimenti privati non hanno certo aiutato.
La disperazione con cui il proto-dittatore si è mosso non va certamente sottovalutata, anche in considerazione del gravissimo attacco alla Sinagoga di Caracas di cui sono stati incolpati ambienti vicini all’estremismo chavista e per il rischio sempre presente di un’accelerazione verso il raggiungimento del suo sogno comunista, ma con buona pace di Fidel Castro che si è congratulato con il Presidentissimo per la travolgente vittoria, la società venezuelana ha ancora probabilmente sufficienti anticorpi per respingere una tale aberrazione.
Nelle ultime elezioni amministrative di Novembre e dopo la vittoria nel referendum del dicembre 2007, l’opposizione ha segnato importanti passi avanti conquistando governatorati in stati chiave del Paese oltre che la municipalità della capitale, il risultato cui abbiamo assistito può anche leggersi nella “simpatia” – che non giustifica e non ha giustificato però da parte della cittadinanza l’adozione di un modello statale dittatoriale – di cui Hugo Chavez continua a godere anche in ambienti di una parte della classe media non tradizionalmente legati al suo movimento. La vera questione è che l’opposizione, dopo essere riuscita a trovare un unità che ancora le sfugge, dovrebbe prepararsi a parlare a questa parte della società in vista delle presidenziali future, riuscendo a spiegare come l’effetto di questa “simpatia” per il Venezuela rischi di tradursi in una imperdonabile perdita di tempo: ricorrono infatti di dieci anni di Chavez al potere e il rischio che il Paese vi si abbandoni per un altro decennio è concreto quanto certo il risultato che si otterrebbe in tale inauspicabile ipotesi: tante parole e poco altro.

lunedì 2 febbraio 2009

Obama in salsa "ma anche"


Ok, la metafora della mano tesa contro il pugno chiuso dell'Islam era davvero bella.
Però da quando Obama è diventato Presidente riproponendo momento dopo momento la sua intenzione di concentrarsi sulla guerra in Afghanistan non c'è giorno che su quel teatro non arrivino segnali. E non sono di distensione.
Ieri nella provincia di Uruzgan, un kamikaze si è fatto esplodere contro una stazione di polizia uccidendo 25 agenti afghani e mietendo feriti su feriti, era vestito in uniforme da poliziotto e ha lanciato la sua auto-bomba umana contro il centro di addestramento di Tirin Kot. Diciamocelo pure, questo pugno non pare aprirsi.
Obama fa l'anima pia su Guantanamo ma sempre ieri si è venuti a sapere, che non rinuncerà ai rapimenti preventivi tanto cari all'amministrazione di G.W. Bush. Come dire...prendo gli applausi dove posso...e mi preparo a parare gli schiaffi...i prigionieri di guerra non li confino a Guantanamo, li semino in giro per il mondo nelle carceri dei paesi alleati e Roark vuole dirvi una cosa: non è da essere certi che Guantanamo fosse peggio del carcere duro magari in Egitto.
Questo primo Obama alle prese con la Guerra al Terrorismo ricorda proprio qualcosa di nostrano, ricorda un po' lo stile "ma anche" dell'amico Veltroni.
Qualche giorno fa il New York Times (non il "Post") titolava che la guerra in Iraq sembra veramente volgere al termine giacché gli americani in loco si stanno ritirando nelle basi e gli uomini della repubblica irachena si stanno assumendo responsabilità crescenti.
Una democrazia in Medio Oriente? E se accadesse su serio? Bè se accadesse sul serio ragazzi pare possibile che sia necessario prepararsi a sentire Obama dire qualcosa sul fatto che la guerra in Iraq era sbagliata...sì, "MA ANCHE" giusta.
Sarà un giorno davvero speciale.