lunedì 28 gennaio 2008

Marx è morto, i marxisti no



Quando il ciclo economico è in assestamento e si affacciano paure di recessione fioccano in libreria lavori come “Capitalismo. Istruzioni per l’uso”, Karl Marx. Il testo a cura di Enirco Dosaggio e Peter Kammerer, edito da Feltrinelli (Milano, pagg. 208) è un antologia del pensiero del filosofo di Treviri che rappresenta l’ennesimo tentativo di separare il Marx utopista da quello critico del Capitalismo.

Siamo sicuri sia possibile praticare una simile separazione? Dacché è caduto il muro di Berlino e i disastri dell’economia socialista sono venuti a galla, i sostenitori del sol dell’avvenire hanno preso ad ammantare di un alone di velleitarismo nostalgico volontariamente elitario un programma politico economico e una interpretazione dei rapporti umani che era dichiaratamente rivoluzionaria e propugnatrice di un sovvertimento violento ove necessario.

Ai giorni nostri e specialmente in Italia, paese che osserva un vuoto pauroso di puntelli filosofici e culturali di natura laica di un qualche valore, il mondo dei sostenitori a diverso titolo del collettivismo appare perdersi nel nichilismo e consolarsi con il recupero in chiave pop di paradigmi bicentenari. L’antologia postmoderna del pensiero marxista, dopo l’introduzione di Dosaggio e Kammerer che si affaticano per trovare un posto a Marx nella società contemporanea, dipana la sua trama come un romanzo. Ai capitoli vengono dati titoli come ‘My name is Marx’ e ‘Il lavoro. Vendersi la vita’ e il racconto si apre con il rapporto di un agente segreto prussiano, poi documenti, testimonianze, paradossi, passaggi celebri, analisi.
La bibliografia vuole apparire come imparziale, suggerendoci ad esempio quella di Leszek Kolakowski, “Nascita, sviluppo e dissoluzione del marxismo”, 1976-1978, Sugarco, ma resta un po’ datata visto che trattasi di testo antecedente alla osservazione empirica del risultato ultimo negli sviluppi del pensiero marxista. Frasi che mandano in brodo di giuggiole vetero e neo marxisti: “un possessore di denaro” è “come bruco del capitalista”, “feticismo delle merci”, “tutto quel che è solido svanisce nell’aria”, “la critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione”; “noi non trasformiamo le questioni terrene in questioni teologiche. Noi trasformiamo le questioni teologiche in questioni terrene. Dopo che per lungo tempo la storia si è risolta in superstizione, noi risolviamo la superstizione in storia”; “una sedia a quattro zampe ricoperta di velluto rappresenta, in date circostanze, un trono; ma non per questo una sedia, cioè un oggetto che serve per sedersi, diviene un trono per la natura del suo valore d’uso”; “Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. Dunque non sono brutto, in quanto l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Come individuo io sono storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe”, per un pensiero da capire appunto.

A chi come noi non resta illuminato, viene consigliato di intendere questa nuova proposizione e interpretazione di Marx come stimolo critico nei confronti di un sistema capitalistico irrimediabilmente compromesso e corrotto. Permane nella lettura che si ricava dall’antologia, l’idea che la lezione circa l’errore tecnico alla base della teoria del plusvalore (in dottrina fatto pacifico da più di qualche decennio) che dimenticò di considerare la variabile innovazione, non sia stata ancora digerita da tutti visto e considerato che il Capitalismo viene rappresentato come il trionfo dell’impotenza delle idee e del potere delle cose.

Quanto paradossale sia una lettura similare ai giorni nostri è del tutto intuitivo, se si considera come senza il continuo feed-back che il Capitalismo assicura alla spinta innovativa, alla ricerca, gli ‘odiati’ mercati non potrebbero essere soggetti a meri aggiustamenti, a fasi ciciliche (come quella che stiamo vivendo), bensì dovrebbero implodere irrimediabilmente (come è invece accaduto al sistema socialista). E poi ancora i passi sulla religione, il no a tutti i riformismi, perché cavalli di Troia capitalisti piegati al volere del denaro, ecc. ecc. Tornano insomma d’attualità ancora una vota frasi celebri come “l’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua (del popolo) condizione, è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni”, quell’ermetismo poetico messo al servizio di una filosofia pronta a consegnare all’uomo lo splendore dell’assenza di responsabilità. Un mondo facile e alla portata di tutti senza tante fatiche come dovrebbe essere secondo giustizia. E soprattutto l’assenza di responsabilità, una delle poche definizioni certe, va ricordato, del “male”. Ma inversione per inversione se è vero, come insegna Popper, che la migliore pratica è una buona teoria, una pratica pessima non può che nascere da una pessima teoria. Ergo i drammatici corollari del marxismo.

Ma ci sono solo ragioni ‘liriche’ dietro la fortuna di Marx in Italia? Per occhi un po’ più smaliziati, le ragioni del successo italiano del pensiero marxista possono ben essere comprese semplicemente considerandole come giustificazione teorica, quella che esse hanno rappresentato, in supporto all’espropriazione statale e parastatale della ricchezza faticosamente raggiunta nel secondo dopoguerra. Sotto la spinta culturale e popolare di matrice marxista, per assecondarla e incanalarla, è finito infatti per passare quel gigantismo welfaristico e affaristico da cui l’Italia da treant’anni a questa parte mai si è ripresa. Questo libro ci riporta lì, direttamente alle radici culturali del male italiano.

Capitalismo. Istruzioni per l’uso, Karl Marx, a cura di Enirco Dosaggio e Peter Kammerer, Feltrinelli, pp. 266, euro 10

giovedì 24 gennaio 2008

L'ultima notte dei morti viventi



E' finita nell'orrore.
Tra spinte, sputi, insulti, urla, risa e pianti, disperazioni, iperboli emotive di ogni genere e grado.
La nazione piegata, la nazione esaltata.
Pecoraro Scanio che di questo passo forse prima o poi sarà costretto a cercarsi un lavoro.
La speranza che una goccia di liberismo possa bagnare il suolo patrio prima o poi.
Nella giornata c'era chi credeva il voto al Senato preludesse all'ennesimo 'ritorno dei morti viventi': compra quì, compra là, quello se ne va, quello non viene, i Senatori a vita si incateneranno al Quirinale, quelli ai 3.000,00 neuri di vitalizio che maturano tra qualche mese no, non ci rinunciano, pur di non far sciogliere le Camere voterebbero anche Mefistofele ecc. ecc. ...
...e...invece...

NO

E' finita

CHE BELLO!

martedì 22 gennaio 2008

Mastella è Rock!


Il Paese accoglie con dolore la notizia del termine di una esperienza di Governo che aveva unito la nazione, convincendo un po' tutti.
Scene di giubilo per le strade. Suonate di clacson!
Un'esperienza che fosse andata avanti altri sei mesi Roark proprio non lo sa cosa sarebbe riuscita a produrre.
Dacché questa sinistra al Governo è riuscita nello straordinario risultato, in due anni, di far circolare per il Paese più munnezza che denaro, nessuno di noi poteva sapere con certezza cosa aspettarsi del domani.
Nomadi che uccidono innocenti in mezzo alla strada agli arresti domiciliari.
Generali della GdF trattati come commessi.
Un Ministro degli Esteri a spasso per le strade a braccetto con chi orgoglioso dichiara di detenere teste, membra, dita, gambe di esseri umani.
Tasse, tasse bellissime, gabelline da sballo, impostucce accattivanti, IMPOSTONE per BAMBOCCIONI che osano entrare nel mondo del lavoro.
Why Not no. Le donne del Cavaliere sì.
Bruti Liberati dall'ANM alla Procura di Milano per insabbiare Unipol.
Di tutto di più.

Ma no, no, tra qualche mese scopriremo di aver sognato: no, non erano tasse, non erano loro che dicevano non le avrebbero aumentate era qualcun altro con Hezbollah, era nessuno, erano tutti ed era già colpa di Mastella, tutto quanto.
Anch'esso (incredibilmente) a questo punto passibile di essere etichettato come 'vittima'.
Altro che Prodi! Mastella era Rock e Celentano non se ne era neanche accorto!
Mastella è Rock!

Un altro punto verso l'eccellenza dell'indecenza.
Chiamate gli americani. Che ci vengano a liberare di nuovo. Subito.

Genuflettiamoci

lunedì 21 gennaio 2008

David Cronenberg riscopre il noir. Ed è un successo


Dopo “A History of violence” (2005) David Cronenberg torna nelle sale cinematografiche con “La promessa dell’assassino”, film che segna una svolta oltranzista nel gusto per la crudezza che contraddistingue agli occhi del pubblico il celebre regista.

Una giovanissima immigrata russa costretta a prostituirsi muore dopo aver dato alla luce il figlio.

Nelle mani della dottoressa Anna (Naomi Watts), donna rimasta sola dopo il naufragio della sua relazione sentimentale, finisce il diario della ragazza dove si ripercorre l’arrivo a Londra e il passaggio dal paradiso all’inferno che esso finisce per rappresentare.

Anna metterà a repentaglio la sicurezza della sua famiglia giacché la scoperta si manifesta per essere una minaccia diretta proprio nei confronti del pericoloso boss mafioso Semyon Vory V Zakone, che dirige i suoi traffici sotto la copertura di un ristorante.

Semyon infatti, si scopre dal diario essere il padre del neonato e venuto in possesso del diario dopo averlo bruciato cerca di sbarazzarsi anche del piccolo, ordinando al figlio di rapirlo dall’ospedale e gettarlo nelle acque gelide del Tamigi.

Un poliziotto, infiltratosi come autista, riuscirà però a entrare talmente nelle grazie di Seymon da entrare nella famiglia e dal di dentro incastrerà il pericoloso criminale.

Il cast di livello vede accanto a Naomi Watts, un Viggo Mortensen che continua, dopo “A History of violence”, il sodalizio con Cronenberg che lo ha visto maturare e crescere, qui è l’attore d’origine danese, a vestire i panni del poliziotto di Scotland Yard infiltrato nella banda russa.

Si segnalano poi un Vincent Cassel a suo agio nei panni del figlio degenerato del boss e soprattutto Armin Mueller-Sthal nella parte del capomafia russo: una recitazione eccellente, come è capitato spesso nella sua lunga carriera che lo ha visto al fianco del grande regista tedesco Rainer Werner Fassbinder (“Lola” - 1981 e “Veronika Voss” – 1982) ma anche nel serial poliziesco “L'ispettore Derrick” (1984), in “Music Box – Prova d'accusa” (1989), “La forza del singolo” (1992) sino a frequentare incompreso Hollywood che lo ha utilizzato come caratterista fino al 1996, anno in cui uscì il suo primo lavoro anche come regista: “Conversation with the Beast” dove Armin Mueler-Sthal recita la parte di Adolf Hitler.

“La promessa dell’assassino” è ambientato nella Londra “russa”, in una città al cui interno a poco a poco è stato costruito uno Stato nello Stato, dove sono state trasferite le infrastrutture logiche della malavita russa, usi esoterici ed estetici (i tatuaggi) lontanissimi dalla tradizione civile inglese, oggi minacciata perché colpevole negli anni della sua ripresa economica e della sua globalizzazione di non avervi saputo leggere con attenzione il carattere che almeno parte di essa nascondeva.

La Londra che esce dal film di Cronenberg è una città che vive un innaturale contrasto, una intima e sfuggente spaccatura non solo tra la gente che sta dentro i negozi, dentro i pub e quella che sta per strada (come recita in un dialogo Mortensen), tra il mondo rassicurante del progresso o quello inquietante del suo rifiuto, bensì una più profonda distanza quasi antropologica tra un individualismo consapevole minacciato da una degenerazione violenta di un senso malato della comunità.

Come vuole la sua cifra registica, il film quasi si fa leggere più che guardare.

Le inquadrature teatrali, i dialoghi secchi, asciutti, le immagini che indulgono su scene di violenza e di impatto, immagini che riescono a non risultare eccessive e di cattivo gusto per la capacità della sceneggiatura di danzare sul filo di lana dei fatti che racconta, in un realismo che non ha nulla della denuncia sociale ma che raggiunge l’obiettivo di essere capace di proiettare lo spettatore fin dentro il personaggio.

Magistrale la scena dello scontro tra un Viggo Mortensen nella sauna e i ceceni giunti per vendicare l’assassinio del fratello. Siamo lontanissimi dai pirotecnicismi alla Mission Impossibile, ma se tre uomini devono proprio sfidarsi all’ultimo sangue a lama di coltello dentro una sauna, da domani sarà difficile immaginarsi possa accadere diversamente da come Cronenberg lo ha raccontato.

Se il cinema ha la missione di inventare una realtà con “La promessa dell’assassino” Cronenberg ci spiega come superare un realismo stanco e reinventare il noir senza accanirsi su cliché vecchissimi modello anni ’50 o nuovissimi come i ‘tarantinismi’.

Un film di una bellezza spietata.

venerdì 11 gennaio 2008

Informazione da discarica


Nella mattinata l'adnkronos dirama due agenzie su quanto accaduto nella notte a Cagliari:

http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.1757388832
Cagliari, 10 gen. - (Adnkronos) - Alcuni militanti indipendentisti dell'Irs e di Sardigna Nazione, che da questo pomeriggio presidiano il porto Canale di Cagliari in attesa dello sbarco di 500 tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania, sono stati bloccati da carabinieri e polizia mentre cercavano di avvicinarsi alla nave carica di immondizie con l'intento di impedire le ultime operazioni di ormeggio.

In realtà a protestare ci sono anche il Sindaco di Cagliari e consiglieri di AN e della ex CDL.

http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.1759030320
Cagliari, 11 gen. - (Adnkronos) - Cinquanta cassonetti e tre auto sono stati bruciati nella notte a Cagliari, con ogni probabilita', a seguito dello sbarco nel porto Canale di una nave carica di 500 tonnellate di rifiuti proveniente da Napoli. I vigili del fuoco sono stati impegnati in tutti i quartieri della citta'. L'ultimo intervento e' stato eseguito alle 6.30 di questa mattina.

Interessante il "con ogni probabilità".
Ancora più interessante il controllo bulgaro dell'informazione da parte del "buon governo" di sinistra, un po' come la soluzione stessa all'emergenza rifiuti: spostare il problema.

Poiché tutto accade nella condiscendenza del mondo intellettuale e politico-culturale della sinistra, Roark si interroga ingenuamente come sia possibile ascoltare questo assordante silenzio: ma per davvero non esiste indipendenza intellettuale in quel mondo?

giovedì 13 dicembre 2007

Così Liberal Così arretrati




Dopo la brusca frenata impressa all’economia dal Credit Crunch di Agosto, con $400 Mld in Bond emessi a fronte di mutui subprime in scadenza entro il mese, il prezzo del petrolio che balla sopra il filo del rasoio dei $100,00 , il mercato immobiliare sotto del 5%, un Governatore che prepara il paese alla recessione, anche nel paese a stelle e strisce i sostenitori della mano invisibile iniziano a non avere vita facile.

Del resto in uno scenario che ha visto il primo novembre scorso la convocazione d’urgenza del gruppo del Securing America’ Future Energy diretto dall’ex Segretario al Tesoro Robert Rubin per una simulazione con ordine del giorno petrolio alle stelle, occidente al tracollo, leader politici e militari USA preparati al peggio, non è davvero semplice spiegare in giro che la risposta non si trova in posizioni come l’arresto del processo di globalizzazione o peggio la rinascita di una visione protezionista di rapporti culturali, politici e quindi economici.

Ma per la prima volta in decenni il mondo liberal-conservatore americano si trova in difesa sotto l’offensiva di pensatori liberal come Paul Krugman, in libreria con “The Conscience of a Liberal”, W.W. Norton, pagg. 350, libro che esaltando le incertezze di una classe media spaventata dalle incognite economiche si chiede se non sia arrivato finalmente il momento di dare un po’ più da mangiare al Leviatano. Più Stato meno Società Civile.

La risposta del mondo conservatore arriva dalla penna di Brian C. Anderson, editorialista del City Journal, la rivista politico culturale trimestrale pubblicata dal Manhattan Institute, rinomato Think Tank. Il libro “Democratic Capitalism and its discontents”, ISI Books, pagg. 190, getta luce sul disagio culturale che sta minando le fondamenta del sistema di valori, prima che di rapporti economici, rappresentato dal Capitalismo democratico.

Nel lavoro di Krugman (in odor di incarico qualora alle presidenziali la spuntasse Hillary) si riciclano ancora una volta le suggestioni del New Deal roosveltiano, il progressismo di matrice sindacalista, la sperequazione dei redditi, i bei tempi in cui le tasse sui ricchi erano alte alte, finendo però a tratti per scadersi nel qualunquismo.

Ma il giochetto di Krugman ha un retrogusto vagamente indigesto e non solo perché il suo moralismo giustizialista è rimasto per sempre minato dal coinvolgimento nello scandalo Enron, allorché esaltò le capacità del top-management quando ne era consulente, ma soprattutto perché nel mondo accademico degli economisti USA, al di là degli apoditticamente entusiasti del clintoniano Center For American Progress, il testo ha finito presto per passare come pericolosamente prescioloso in ragione di un’attitudine già manifestata, quella di Krugman, nel piegare a forza i dati economici per poter riuscire a tacciare come “eccessi di mercato” le politiche dei mandati Bush, che per gli USA negli anni recenti hanno significato crescita costante in tempo di guerra, discesa delle tasse e successi nella riforma dell’istruzione, nonché incremento generoso della spesa nei programmi noti come “compassionevoli”.

Ebbene sotto questo profilo Krugman è riuscito nell’importante risultato di suscitare la reazione stizzita finanche della critica del New York Times. “L’editorialista Paul Krugman ha l’abitudine fastidiosa di modellare, tagliare e scegliere in modo selettivo i numeri per far piacere ai suoi accoliti” ha detto il garante dei lettori Daniel Okrent.

Ma tant’è, il corollario al pensiero di Krugman, alla sfiducia nella capacità umana di adattarsi all’ambiente e di trovare infine naturalmente il punto di equilibrio, riecheggia nelle tentazioni protezionistiche del sarkozysmo, nella simpatia di cui godono tra gli operatori dei mercati finanziari i Fondi Sovrani d’ispirazione cinese, come nella insorgenza di una nuova declinazione di egualitarismo che trova spazio nella politica e nella saggistica (Zeev Sternhell “Contro l’illuminismo. Dal XVIII secolo alla guerra fredda” Baldini Castaldi Dalai, Milano, pagg. 656) e che con incredibili giravolte argomentative finisce per additare la Arendt, Nolte, Isaiah Berlin, Furet della caduta dell’appeal illuminista in nome di una libertà individuale enigmaticamente interpretata come il passpartout per l’essere umano “monade” e non come la potenzialità di realizzare se stessi umanamente comportandosi. Sotto questo profilo la lotta al Capitalismo, il doverlo denaturare per lo meno in un misto pubblico-privato diventa esiziale: condizionando le possibilità di ciascuno di far liberamente denaro puntando “solamente” sulle proprie capacità, si limita la scelta e la libertà, ma si diventa tutti più uguali, fa niente se poveri.

Questo filone di pensiero colpevolmente dimentica di rispondere alla domanda se al cospetto del tanto decantato progresso neo-illuminista e socialista, cui innegabilmente sono state sottoposte le società occidentali dal finire degli anni ’60 ad oggi, sia possibile rinvenire sul serio un individuo meglio difeso nella sua autonomia. Così risponde Anderson nel suo “Democratic Capitalism and its discontents”. Già dai capitoli si capisce molto sul percorso del suo testo. “Il Capitalismo e il suicidio della cultura”, “La sinistra ineducabile”, “Dallo Stato alla Società Civile”, “America religiosa, Europa secolarizzata”, “La filosofia antipolitica di John Rawls”, “Il liberalismo malinconico di Bertrand de Jouvenel”, “L’assolutismo intellettuale”, “Follia liberal e la pace per i conservatori”, “Qual è la modernità democratica?”.

Per Anderson, Rawls e la sua concezione di giustizia basata sull'idea che tutti i beni sociali principali devono essere distribuiti in modo eguale e che una distribuzione ineguale può esserci solo se avvantaggia i più svantaggiati, il Bertrand de Jouvenel che sulla fine degli anni cinquanta aveva sostenuto la necessità di considerare come non bastassero scoperte e innovazioni tecnico-scientifiche ma occorresse piuttosto ricorrere alla fantasia, alla utopia, sono i principali responsabili unitamente all’esistenzialismo nichilista e violento di Sartre, nonché le aberranti sovrastrutture ideologiche di Antonio Negri, della costruzione delle principali infrastrutture per la degenerazione culturale occidentale.

La strada per Anderson è nella serrata difesa della pianta della vita, nella assicurazione del libero compiersi delle azioni umane e nello stimolo a migliorare le proprie condizioni cui, come insegna proprio la lezione dei vari Arendt, Nolte, Isaiah Berlin e Furet, solo un Capitalismo vero e radicato nel rispetto delle tradizioni può condurre.

Insomma due visioni inconciliabili, profonde, ad un confronto che va oltre la prossima sfida presidenziale e la cui importanza può essere facilmente ponderata ove si consideri a quali circostanze tragiche l’occidente fu condotto nel ‘900 per aver assecondato, in tempi di crisi, esattamente le tendenze che oggi tornano di moda: l’egualitarismo di propaganda e il protezionismo. Socialismo e sciovinismo sono ancora una volta alla finestra.

Giampiero Ricci


martedì 11 dicembre 2007

FINIs Destrae


Mentre scrivo la posizione del leader di Alleanza Nazionale circa i rapporti nel centrodestra è cambiata ancora.
Nella giornata di domenica avevamo assistito allo strappo definitivo: il PDL? Una comica.
Alleanza Nazionale? Diventa Alleanza per l'Italia (?!).
Il partito storico della destra italiana in età repubblicana svoltava su posizioni care al PDS di Occhetto: Presidenzialismo alla francese, doppio turno, conflitto d'interessi.
Poi un patetico appello a Veltroni che si sarà sganasciato dalle risate.

Oggi Fini dice (meglio tardi che mai): è l'elettorato che chiede a me e Berlusconi di incontrarci.

Al di là del fatto che alla luce delle sue sconsiderate dichiarazioni degli ultimi giorni egli è probabilmente riuscito nell'incredibile risultato di accreditare agli occhi di Berlusconi la sua classe politica dirigente (!), bisognerà vedere a questo punto se un Cavaliere legittimamente inbufalito lo vorrà veramente questo incontro.

E' da tempo che ci si chiede quale sia la linea di AN, da molto prima che gli ultimi sviluppi nel centrodestra.
Cosa ne sia stato della bandiera del Presidenzialismo americano fatta propria, tra gli altri, dall'allora MSI, cosa della visione confedereativa e non federativa della Unione Europea oggi parte del "nuovismo" rappresentato da Sarkozy, non è dato sapere.
Per una volta, bisogna dirlo, grazie al Presidente di AN, la vera questione è uscita a galla: quali idee, quali programmi, QUALE CLASSE DIRIGENTE.
Appare infatti finalmente nella polemica in tutta la sua onestà povera, il motivo dell'attrito; la sua definizione?

GUERRA TRA BUROCRAZIE

Certo non è facile da questo punto di partenza che le principali forze dell'area liberl-conservatrice riescano a costruire un Partito della Libertà insieme.

Così in un battibaleno scopriamo che i silenzi enigmatici di Fini nella scorsa legislatura, l'appoggio in-condizionato (ma di facciata ed entro i limiti ben precisi di una riforma fiscale da evitarsi) a Berlusconi avevano un unica ragione: succedere a lui e al suo partito.

Dell'Italia, della rivoluzione liberale, delle riforme istituzionali, ecc. ecc. ecc. , importa sì ma fino ad un certo punto. Quello che conta è succedere a Berlusconi e rapidamente.

Ci vuole un bel coraggio a chiedere quali idee, quali programmi a Forza Italia, che avrà senz'altro un gap di struttura paradigmatico ma sotto il profilo delle idee si vorrebbe impegnata (?) nella battaglia per "liberare" questo paese in senso reaganiano e tatcheriano.
Ma probabilmente Fini vuole altro o forse quello che vuole è NULLA.

Il fatto è che a questo punto, se proprio si vuol tracciare una prospettiva della strategia seguita sino ad ora da Fini, appare in essa un carattere quasi mussoliniano e per mussoliniano non intendiamo certamente e banalmente "fascista", bensì quella tensione massima al raggiungimento del potere - vedi la rappresentazione del "Giovane Mussolini" di De Felice - che mista ad un nihilismo carnevalesco caratterizzava il Benito nazionale.
Qui il nihilismo non è nascosto da atteggiamenti carnevaleschi bensì da una freddezza e da una presentabilità utile ad arrivare silen silente a prendersi qualcosa che si ritiene il vero obiettivo anche se non abbiamo ben capito per fare cosa.

E certamente che se un domani Fini diventasse Premier, Roark non si aspetterebbe un colpo di Stato e/o una dittatura ventennale, no.
Però un altro passaggio a vuoto per questo paese che BUTTA gli anni, sì.

E' quella che si sta consumano una possibile fine della prospettiva politica di una destra moderna in Italia.

Non male.

martedì 4 dicembre 2007

Un passo avanti e due indietro: benvenuti nei nuovissimi anni '30

"Il Venezuela potrebbe non essere pronto per avviarsi verso la costruzione di una societa' socialista". Ha dichiarato il proto-dittatore Hugo Chavez, modello per il terzo millennio di aberrazioni socialcomuniste.
Nel suo intervento pubblico successivo alla sconfitta subita dal suo progetto di riforma costituzionale nel referendum di domenica scorsa sembra rammaricato.
In realtà, ora che il coraggio della popolazione venezuelana è venuto allo scoperto, per le ragioni che leggete sotto

http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2007/12/chavez-sfascia-
ii-mobili-dellufficio.html

si apre la resa dei conti in Venezuela, perché Chavez sta lì per fare la rivoluzione socialista non altro. C'è da sperare (illudersi) che la comunità internazionale segua con attenzione quanto avverrà nei prossimi tempi, per eventualmente intervenire, senza, come al solito, lasciare gli U.S.A. soli a prendere posizione.
Questo il passo avanti.

I due passi indietro .
Il Presidente francese Sarkozy, dopo aver aperto al protezionismo economico e ai fondi sovrani alla "cinese", si "congratula" con Putin: siamo ancora tutti sicuri sulla sincerità del suo liberalismo?
Roark ha i suoi dubbi.
D'accordo, l'eredità della qualità di relazioni internazionali lasciata da Chirac è pesante, d'accordo Sarkozy appare meno grottesco di Chirac ma ugualmente inopportuno per questa sua ansia di uscire dall'isolamento e la Francia sembra continuare nella sua politica estera caratterizzata da un utilitarismo privo di alcuna visione etica se sufficiente a garantire gli interessi del proprio orticello.

Il secondo di passo indietro è quello che fa più rumore.
Le elezioni in Russia non sono solo la dimostrazione di una democrazia incompiuta, sono molto di più.
Se infatti la comunità internazionale ha tollerato fino ad oggi l'autoritarismo di Putin, giustificandolo con la necessità di riforme drastiche per rimettere in piedi un economia piagata da 70 di disastri comunisti, è oggi sufficientemente chiaro come lo zarino punti a giocarsi i successi economici (ottenuti grazie ai prestiti americani, bisogna ricordarlo) per spendere in chiave antioccidentale una volontà di potenza ancora più pericolosa di quella sovietica, perché scevra, anche qui, da qualsiasi indirizzo etico (per quanto sbagliato) e perciò imprevedibile.

Tanto protezionismo, nessuna etica, esaltazione della forza.

Vi ricorda qualcosa?

domenica 2 dicembre 2007

Per Cardini anche Boccaccio diventa no global

Franco Cardini è storico, romanziere, elzevirista, finalista e vincitore di ogni premio possibile e immaginabile, insignito da R. Sigismondo d’Asburgo Lorena, Granduca di Toscana, del titolo di Cavaliere dell’Ordine di San Giuseppe, nonché dal Sovrano Militare Ordine di Malta del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito melitense (basta consultare il suo curriculum per comprendere le ragioni della nostra mai sufficiente genuflessione intellettuale), arriva in libreria con un’altra impareggiabile opera, “Le cento novelle contro la morte. Giovanni Boccaccio e la rifondazione cavalleresca del mondo” (Salerno, 2007, pagg. 160).

La tesi è che Giovanni Boccaccio nella sua più grande opera, il Decameron, non abbia per nulla voluto rappresentare l’epopea mercantile. Non abbia voluto celebrare il fiorire della società borghese fiorentina, bensì se ne rammarichi, rimpiangendo il tempo cortese e cavalleresco. L’autore, partendo da un’analisi storiografica della Morte Nera, vede in essa la metafora non della contrapposizione del bello e delle lettere, del linguaggio alla morte, ma vi vede una punizione divina fine a se stessa che doveva simboleggiare il lavacro necessario per la corrotta Firenze.

“La condanna e il superamento” della “società borghese fiorentina e dei suoi valori alla luce di un pieno recupero del messaggio cortese cavalleresco”. Vengono estrapolate in chiave anti-liberista, citazioni sul disprezzo del denaro e delle ricchezza materiali per “condurre” il lettore alla scoperta di come Boccaccio non anticipi per nulla, come pareva a tutta la critica prima di Cardini, la rinascita umanista, il Rinascimento stesso e quindi la civiltà moderna, borghese e occidentale, che l’autore manifestamente disprezza (“borghesucci piccoli piccoli”), no Boccaccio era in realtà un anti-moderno alla Evola.

Il dubbio che sorge e che resta pure di fronte a cotanta erudizione, facendo sì che la tesi risulti vagamente strumentale e ideologica, è di come sia stato possibile (e qui c’è da meravigliarsi) argomentare un’interpretazione su di un testo fondante del trecento letterario italiano applicando categorie difficilmente non tacciabili per essere figlie di un tardo marxismo da terza o quarta ondata.

Peraltro il Decameron, manifestamente opera teologico-letteraria, è per dichiarazione espressa del Boccaccio, prodotta secondo un linguaggio ipertestuale, capace di spalancare mondi di significato differenti agli occhi di chi possiede la pazienza (e la tecnica) per leggerlo.

“Quali libri, quali parole, quali lettere son più sante, più degne, più riverende, che quelle della divina Scrittura? E sì sono egli stati assai che, quelle perversamente intendendo, sé e altrui a perdizione hanno tratto. Ciascuna cosa in sé medesima è buona ad alcuna cosa, e male adoperata può essere nociva di molte; e così dico delle mie novelle.”

Ma se il rischio di “perversamente intendere” diventa altissimo leggendo l’opera boccaccesca, non può non trovarsi ai limiti del paradossale il pensare possibile che il distacco narrativo e di senso che si vuole rendere nel testo, tra la morte e il momento di pace di cui si rendono protagonisti i giovani - in un trionfo anche di erotismo, di vita, di volontà di superamento e di “paroletta più liberale” – possa finire per trasformarsi nell’esaltazione proprio di quel mondo che nella narrazione essi volevano continuamente dileggiare.

Ma Cardini è noto per le sue posizioni oltranziste, che, come dire, condizionano le letture erudite. Ne “Le fatiche della libertà” (Fazi, 2007, pagg. 258), ad esempio, lo storico svela il “totalitarismo liberistico” d'Occidente ed introduce con una originalità senza pari alla tesi secondo cui gli Stati Uniti sono un “comitato d'affari”, mera espressione della “volontà di potenza” delle multinazionali (senza considerare quel Bush poi). Il paese a stelle e strisce inoltre, è portatore nel mondo di una politica diplomatico-militare “che ricorda abbastanza da vicino Hermann Goering”.

Nello stesso libro ci viene spiegato come Ahmadinejad avrebbe invece "un programma sociale interessante" che va alla grande in patria, ma nessuno ha il coraggio di dirlo (si segnalano anche “L’invenzione dell’Occidente” e “Europa e Islam. Storia di un malinteso”, come le sue posizioni nella polemica su “La Pasqua di sangue” di Ariel Toaff). Uno strano rapporto col mondo occidentale, e in particolare con quello giudiaico, che, a bene vedere, lascia molto da pensare.





venerdì 30 novembre 2007

Un, due, tre fante, cavallo e re


L'idea di fare un blog la covavo da tempo.
Voglio dire di blog d'ispirazione liberale per fortuna non me mancano. Poi c'è tocque-ville! Insomma tutto il mondo dei bloggers liberali ha sempre fatto la sua parte. Fino a ieri mi era bastato portare il mio contributo alla causa della libertà con i miei articoli, i miei pezzi, in campi - quello delle letterature e dell'estetica popolare in genere - che vedono ancora oggi un predominio strutturale, anche se oramai vuoto, del pensiero unico marxista, oggi para-marxista, ovvero del collettivismo in ritirata.
Il quadro politico degli ultimi anni, pur se deprimente (e parlo dell'arco temporale che parte dalle mai troppo compiante elezioni del '94 - Scalfaro prima o poi dovrà risponderne!) mi convinceva ad avere fiducia e che con il tempo sarebbero nate due formazioni "americane": sembrava andasse proprio così con le elezioni del 2006. Lì nasce il PD. La nostra (vabbé ok avevamo perso - ? -), la coalizione liberal-conservatrice (e populista, niente vergogna) ne era uscita con il vago definirsi di anime che facevano sognare un GOP all'italiana (anima religiosa - UDC, anima liberista e teo-neocon FI, anima tradizionalista - AN, il libertarismo dei Riformatori Liberali), insomma si era sulla strada giusta, infine: pof! Il pof della dichiarazione del "predellino". Si rimischiano le carte.
Il fatto è che le carte si rimischiano per i motivi che tutti ben conosciamo e che poi sono la base culturale dell'inazione nel nostro paese: scontri tra burocrazie. Nulla di più.
Perché di questo si tratta quando parliamo del fallimento del fusionismo all'italiana.

Con la rottura della CDL, i libertari e liberisti (la mia fazione) si trovano nel paradosso di dover sperare che passi il referendum elettorale, Berlusconi (il re) costruisca un altro "suo" partito, quello sì almeno liberale, ben sapendo che al suo tramonto, essi non avranno più patria.

D'altro canto se la meglio la avessero Fini (il cavallo) e Casini (il fante), la speranza per un successo delle idee liberali, magari breve ma almeno intenso (sognando ad esempio una stagione come quella che portò Einaudi al Tesoro) non avrà lo spazio neanche di un lampo, tanto il terreno politico in cui si muovono i due è mosso da logiche neo-corporative.
Quindi?

Siamo destinati tutti quanti nessuno escluso, a morire neodemocristiani (con o senza Casini, Pezzotta e compagnia cantante)?

Questa è la battaglia di tocque-ville e diverrà anche la mia da oggi.

Bè, confesso che un certo fascino sul sottoscritto il donchisciottismo e Miguel de Cervantes
lo hanno sempre esercitato, insomma...è questo il momento di essere della partita.
Quindi ecco il mio Blog; molto è ancora da definire sui contenuti, l'archivio degli articoli è in costruzione; link e immagini sono ancora da implementare. Ma farò presto.

Nel frattempo, mentre il mazzo viene di nuovo mischiato, noi blogger libeali, secondo me, oltre che continuare a fare la nostra parte, dobbiamo fare, abbiamo il dovere di fare, molto di più: provare a truccare le carte.