venerdì 18 aprile 2008

Così resiste il "bushismo"


Che piaccia o meno, la dottrina Bush resta, a partire dalla fine della Guerra Fredda, il tentativo diplomatico di maggior rilievo degli Stati Uniti d’America di disegnare una strategia coerente e di vasto respiro.

La conclusione non è tratta da qualche dispaccio della Casa Bianca o da analisi di parte ma è invece la sintesi che si trae dalla lettura dei libri e dei papers che numerosi di questi tempi affollano coast-to-coast gli scaffali delle librerie e il web.

Proprio sul finire del secondo mandato di G.W. Bush, nell’interrogarsi sull’eredità politica lasciata dal Presidente più osteggiato da Ronald Reagan in poi, si assiste nel paese a stelle e strisce ad una nuova primavera della letteratura geopolitica.

Guerra al terrorismo, azione preventiva, libertà di agire anche fuori degli organismi internazionali, ricerca di un quadro di alleanze a perimetro variabile, esportazione della democrazia.

Su questi postulati all’indomani dell’11 settembre gli USA dissero al mondo:

“Ogni nazione, in ogni regione, ha ora una decisione da prendere. Siete con noi, oppure siete con i terroristi.”

A distanza di qualche anno, secondo il think tank Brooking Institution per bocca di Philip Gordon, il postulato relativo alla “Guerra al Terrorismo” può essere giudicato un vero fallimento e ciò perché esso ha raccolto insieme minacce troppo differenti che traggono linfa vitale da scenari geopolitici profondamente distanti. L’estremismo islamico a parere di Gordon è storicamente diviso tra sciiti e sunniti, la Dottrina Bush ha ottenuto uno svantaggio strategico operando in favore di un sodalizio dei movimenti radicali in chiave anti-occidentale.

Proprio in questi giorni Frederick W. Kagan pubblica sul sito dell’American Enterprise Institute “Iraq the way Ahead, phase IV report”.

Lo stratega, autore del “Surge” traccia una fotografia della situazione della sicurezza in Iraq individuando le fondamenta del conflitto etno-settario da minare per ottenere una pace solida e duratura non tanto nella faida tra sunniti e sciiti quanto nella determinazione di piccoli e violenti gruppi sciiti di operare nella zona di Baghdad una pulizia etnica ai danni dei sunniti e ciò per vendicarsi delle angherie sotto Saddam; disegna Kagan la mappa di Al-Qaeda in Iraq e la sua reazione all’attacco americano partito dopo il “Surge”, lo stato dei rapporti con la resistenza sunnita e sciita, fiancheggiatori dei terroristi inclusi; disegna i progressi nel contrastare il terrorismo partendo dai paradisi sicuri dei nemici e dalle strade di transito da essi occupate sul finire del 2006 sino alla loro riduzione a macchie di leopardo isolate accerchiate dalla morsa delle forze della coalizione e da un esercito iracheno in progresso; disegna i prossimi passi sulla strada politica per la riconciliazione nazionale intrapresa, che debbono necessariamente portare al rafforzamento del Governo centrale; ma soprattutto disegna piani e prospettive per il 2008 che hanno come unico obiettivo il progressivo disimpegno che per Kagan può ragionevolmente tradursi nella riduzione della presenza militare in Iraq da tredici a dieci brigate entro Dicembre del 2008.

E’ il piano che in questi giorni, il Generale David H. Petraeus, a Capitol Hill chiede di rimandare, prevedendo esso già da luglio la riduzione a livelli pre-surge delle unità presenti in Iraq.

Ma l’attenzione dei policymakers è già rivolta al domani. E non solo a quello iracheno.

Del resto lo stesso Obama ha promesso di “usare la forza, unilateralmente se necessario, per proteggere il popolo americano” da minacce imminenti: evidentemente l’opzione guerra preventiva non è più considerata solo una vertigine neoconservatrice. Ecco il paradigma della “Guerra Preventiva” mantiene la sua attualità.

Così in un recente dibattito presso il Council of foreign relations si iniziano a tirare le somme dell’esperienza di questi anni incrociandosi le opinioni di Craig Cohen responsabile del progetto “Ricostruzione post-conflitto” e del Col. Garland H. Williams, autore di “Engineering Peace: The Military role in Post-Conflict Reconstruction”.

Nel dibattito si tratta su a chi debba spettare la leadership sul teatro di guerra, nel momento post-conflitto.

Il documento conclusivo del dibattito presso il Council on foreign relations arriva sorprendentemente a preferire una leadership civile che diriga quella militare poiché si ritiene fondamentale che tutti gli attori chiave siano coinvolti nella programmazione della ricostruzione post-conflitto, operatori militari e non. Dopo il conflitto infatti si deve immediatamente passare al piano per la ricostruzione e il Governo deve essere in grado di determinare quanto risulta necessario per la ricostruzione. Le organizzazioni non governative coinvolte in assistenza umanitaria devono trovarsi al di fuori della pianificazione della ricostruzione; tuttavia, il Governo deve coordinarsi anche con loro per evitare inutili duplicazioni di sforzi e risorse. Tale sforzo di programmazione deve essere guidato da leader civili al fine di ottenere la giusta sincronizzazione di tutte le parti.

Il controverso capitolo nella Dottrina Bush della “democracy building” è invece oggetto di un interessante libro di Tamara Cofman Wittes, “Freedom’s Un steady March”, pagg. 176, Brooking Istitution Press, Aprile 2008.

Il primo capitolo si apre sostenendo come “il tentativo di spingere il Medio Oriente davanti a uno stile governativo americano è stato, dopo tutto, uno dei marchi di fabbrica dell’amministrazione Bush, e i risultati hanno discreditato il progetto come pochi avrebbero immaginato.”.

Il libro esamina impietosamente il fallimento dell’amministrazione Bush nel far avanzare la libertà in Medio Oriente e delinea una strategia migliore per il futuro degli sforzi per promuovere la democrazia. La Wittes sostiene che solamente lo sviluppo di una politica più liberale e democratica nel mondo arabo renderà sicuri gli obiettivi a lungo termine degli USA e che l’America deve continuare a provare più pragmaticamente a promuovere i progressi in questa direzione.

In pratica secondo la Wittes il paradigma della promozione della democrazia nel mondo resta valido, ma sono stati i mezzi adottati ad essere sbagliati.

Critiche, distinguo e precisazioni a parte, con buona pace dei democratici di tutto il mondo, la Dottrina Bush comincia a ritagliarsi un destino politico proprio, separato da quello di colui da cui prende il nome, e sebbene essa sarà probabilmente soggetta a variazioni, ad aggiustamenti, ad attualizzazioni, quello che è certo è che resterà ancora a lungo nel repertorio diplomatico americano.

martedì 15 aprile 2008

Joy to the world all you boys and girls


E' un Roark bucolico e vagamente (nel senso leopardiano del termine) ebbro di una gioia primitiva che scrive.

In una sola notte scompare il social-comunismo dal panorama parlamentare italiano, si accende la speranza di una riforma istituzionale seria che consegni ad un paese prostrato istituzioni prestigiose e credibili, la speranza di un Governo che dalle prime battute a caldo del Premier pare volersi accingere a lavorare con volontà "tatcheriana", di un cammino verso il bipartitismo che pare inarrestabile, come la speranza di un cambiamento radicale - questa volta senza se e senza ma - che da anni il paese e il movimento politico culturale liberal-conservatore nato nel '94 aspettano.

Abbracci virtuali a parte, da domani, anzi da Maggio in poi, questo movimento avrà una responsabilità storica quanto il risultato degasperiano che il PDL e il suo Presidente ci hanno regalato: vigilare che le riforme radicali per il compimento di una Repubblica autenticamente democratica e capitalista arrivino in porto e cambino questo cazzo di Paese, restituendolo a quello che è il suo ruolo nel progresso culturale, economico e civile occidentale.

Poi ci sarà (almeno per il Presidente) la storia.

Chi lo sa? Certo a quel punto dovremo aspettarci cose come il passaggio all'ordine del giorno del riconosciuto status di padre nobile della Repubblica al Presidente e forse proprio per mano democratica - con le annesse e connesse interminabili trasmissioni a tarda notte su Rai3 che ci spiegheranno che loro erano sempre stati con il Presidente e ne avevano compreso da subito la volontà riformatrice (Mixer, Report, Primo Piano, la Dandini, ecc. ecc.) ma noi rozzo popolino per qualche oscuro e dietrologico motivo ne complicammo il cammino - magari si discuteranno migliaia di mozioni per costruire monumenti, attribuire nomi a ponti oppure semplicemente cambiare nomi a strade.

Ecco potremmo succedere che prima o poi noi si assista ad una cosa straordinaria, al cambiamento del nome di strade. Alla giustapposizione di enormi biscioni in mezzo alle aiuole dei vari viali dell'Unione Sovietica che ancora costellano la toponomastica italiana. Statue del Gabibbo davanti alle varie confederazioni sindacali.

Ma un Roark profetico e commosso (come Sandro Bondi) vede già il futuro.

Le vie che in tutta Italia sono oggi intitolate a Palmiro Togliatti venire attribuite a Silvio Berlusconi.

Game Over

venerdì 11 aprile 2008

Second Chance


Non capita spesso, soprattutto nella vita politica, di avere due occasioni.

Il lieberalconservatorismo italiano ha una seconda opportunità per cambiare radicalmente il nostro paese in senso reaganiano e tatcheriano.

E' questa l'unica possibilità, con buona pace di tanti, di allontanare quella puzza sulfurea che cominciano a diffondere istituzioni delegittimate, tessuti economici deteriorati e i tentativi che si agitano nella nostra società di disarticolare i principi etici che ne costituiscono le fondamenta.

Quando nel '94 cominciò quest'avventura le parole d'ordine erano quelle che negli '80 furono proprie della stagione del reaganismo, allora molti come Roark erano solo ragazzi (i ragazzi del '94), ragazzi che avevano finalmente trovato davanti a se un percorso politico ed etico - perché la battaglia per fare avanzare la libertà e il diritto a poter scegliere, nel nostro paese, è un percorso etico - ragazzi che avevano intravisto il raggiungimento della normalità occidentale in Italia, un paese che scrollatosi di dosso il carrozzone statale e parastatale che ne soffoca la crescita morale prima che economica, giungeva a realizzare il disegno repubblicano che fu prima della resistenza, quello dei nostri padri fondatori, in primis i mazziniani.
Un disegno quello dei primi repubblicani che guardava alla auctoritas della Repubblica (quella romana) fondata sul merito, sulla giustizia e sul perseguimento del benessere (non sull'aggressione militare come libri scolastici condizionati da un anti-fascismo di maniera ancora insegnano).

La missione del PDL è quella di rinnovare questa possibilità, di restituire una prospettiva storica, una dignità al nostro essere cittadini di questa repubblica.

Quando nella storia si è arrivati a punti di svolta simili non sono mai state rose e fiori. Il raggiungimento di tali traguardi è da sempre costato caro. La Tathcher si ritrovò per mesi i miniatori nel centro di una Londra sotto assedio. A Reagan toccò il destino mediatico che oggi osserviamo in capo a G.W. Bush. La classe dirigente del PDL sappia che se veramente questa volta non si vuole ancora sprecare il Match Point stessa sorte le toccherà.
Ma per l'amor di Dio e di noi stessi, questo le viene chiesto.

Le dichiarazioni di Berlusconi sulla vendita del patrimonio immobiliare statale, sulla cancellazione delle provincie, sul taglio di spesa pubblica nella misura di 2% annui di PIL vanno nel senso giusto. Se così avverrà, sarà possibile sul serio raggiungere un livello di tassazione giusto, quell'aliquota massima al 33% che accanto al quoziente familiare può davvero rappresentare una nuova alba dei rapporti tra Stato e cittadini.

Ci sono delle differenze sostanziali rispetto alla precedente esperienza di governo.
In primis l'esperienza appunto, poi la maturazione sul web e la carta stampata di un movimento d'opinione, giornalistico ed intellettuale, autenticamente liberalconservatore, che questa volta incalzerà il PDL al rispetto di tutti gli impegni con gli elettori.

Quei ragazzi di ieri oggi sono uomini e donne consapevoli della delicatezza della situazione in cui il nostro paese è stato messo da decenni di amministrazione di "buoni a nulla capaci di tutto", consapevoli tali uomini e tali donne che bisogna ingiungere alla propria classe dirigente l'obbligo di completare l'opera senza se e senza ma, senza riforme che entrino in vigore dopo 15 anni, pannetti caldi e buone leggine che nel marasma in cui versano le istituzioni repubblicane finiscono per diventare semplicemente una legge in più.

La classe dirigente del PDL dovrà essere pungolata, dovrà essere costretta a non farsi scappare ancora l'appuntamento con la storia.

Roark è con loro.

mercoledì 9 aprile 2008

Fucilati


C'è un film "Lock & Stock" ("Pazzi Scatenati") che ben si addice a questo ultimo scorcio di campagna elettorale.
E' un film salito all'attenzione della critica europea e americana, un po' come le montagne dei rifiuti campani.
Un film di quel trash intelligente che piace tanto ai tarantinati.
Anche Roark è un po' tarantinato.
Un film alla Trainspotting, Lock & Stock, un film del regista di Snatch, Guy Ritchie.

Ci sono giocatori d'azzardo e malavitosi, ma le cose tra di loro non vanno benissimo ed entrano in campo i fucili.

Altro che Bossi o Lombardo, in Italia dei fucili quelli veri e dei giocatori d'azzardo e dei malavitosi veri, quelli che quando non vanno più d'accordo volano le pallottole, Roark si ricorda benissimo e il 50% degli italiani ne ricordano il colore rosso del sol dell'avvenire per aver ascoltato negli anni, nei decenni la memoria di parenti e amici e questa gente si ricorda ancora benissimo delle centinaia di migliaia di mitra e fucili che i compagni dovettero loro malgrado deporre su ordine non di Togliatti, bensì di Stalin (il famoso "contrordine compagni") all'alba di questa democrazia patogena che loro volevano dittatura e che accettarono obtorto collo che fosse almeno una Repubblica dopolavorista ("La Repubblica italiana è fondata sul lavoro").
Il Prof. Sabbatucci ordinario di Storia Contemporanea oggi dice "Proporsi di rivedere questo o quell'aspetto della storia nazionale e' cosa del tutto legittima ed ognuno puo' farlo per conto proprio o farlo fare. Legare pero' tutto questo al successo elettorale di una parte politica fa pensare a qualcosa di vagamente inquietante, perche' sembra che debba essere la maggioranza parlamentare oppure il governo a riscrivere la storia", e dice ciò il Prof. a proposito delle dichiarazioni del Senatore Marcello Dell'Utri sull'opportunità di rivedere i libri di testo.
Il Prof. però è tranquillo e aggiunge "Comunque cosi' non sara' perche' cosi' non deve essere: in Italia -ha ricordato Sabbatucci- non esistono infatti le commissioni che giudicano i libri di testo".

Roark si mette a ridere.
Come quando vede Bertinotti affannarsi a difendere quel che resta di quel mondo.
Roark ride.
Roark legge la lettera di Veltroni a Berlusconi dove chiede fedeltà alla Repubblica e si mette ancora a ridere.
Poi gli appelli e le polemiche attorno a questo Papa del Comunismo riformato che è il nostro Presidente della Repubblica e ride ancora e ancora.
Quando quel mondo chiede di voltare pagina al paese chiedendogli di continuare a votarlo dopo averlo ridotto a quella che purtroppo oggi è la nostra immagine internazionale in trenta-quaranta anni di sciagurata combutta con la sinistra democristiana Roark si sbellica isterico dalle risate e pensa che questa gente è nella migliore delle ipotesi solo una conventicola di pazzi scatenati.
Ma Roark ride davvero ragazzi!
Perché la bella notizia è che per la prima volta sono tutti da un'altra parte, più o meno insieme, davanti al giudizio degli italiani. E chi starà con il Popolo della Libertà potrà dirsi legittimamente estranea alla responsabilità dello sfascio delle nostre istituzioni, della nostra economia, delle nostre tradizioni.

Per questa gente, pur se la sconfitta politica potrebbe non essere travolgente, quella culturale lo è gia.

venerdì 4 aprile 2008

Diritto di replica


Una cosa è chiara e va detta. E indipendentemente da quello che sarà il risultato della contesa elettorale.

La guerra culturale, quella contro il mondo collettivista, qui in Italia la stiamo vincendo noi.

E' questa la vera notizia che ci regala la campagna elettorale.
Non tanto per le capriole veltroniane, gli imbarazzi dalemiani o i Calearo e i Del Vecchio, no. Non per il ripiegamento su posizioni proto-liberali del mainstream sinistrorso, no.

Spesso le verità più evidenti si nascondo dietro i dettagli, dietro i particolari, dietro gli avanzi distratti della nuda e cruda essenza dello scontro in essere nelle nostre società opulente e stanche.

In questi anni in Italia l'emergere di un giornalismo e di un movimento di opinone autenticamente liberale e conservatore nella carta stamapata e soprattutto su internet, un mondo politico culturale che seppure all'inizio del cammino è riuscito a portarsi da subito all'attenzione di chi è in cerca di qualcosa di diverso dal conformismo post marxista, dal perbenismo ieri comunista e oggi "democratico", ha mandato in tilt il meccanismo autoreferenziale della "gioiosa macchina da guerra" culturale post-comunista, riducendo l'impatto mediatico della sua influenza.

Ebbene le uova e i pomodori, la violenza fisica per imperdire a Giuliano Ferrara di parlare, bè sono la manifestazione più evidente, lampante, preclara della impotenza della sinistra contemporanea (di cui i centri sociali sono i pretoriani) di fronte alle idee che iniziano a circolare.
E per quanto le posizioni di Giuliano Ferrara non siano propriamente e del tutto trasversali alla galassia liberal-conservatrice italiana, rimane "il Direttore" pur sempre il difensore dell'avamposto di questo movimento di opinione.
Roark è con lui. E con lui rivendica il diritto di rispedire al mittente quanto merita.

martedì 1 aprile 2008

L'uomo giusto al posto giusto


Roma, 1 apr. (Adnkronos) - ''Da amico dico a Tremonti che non potra' svolgere al meglio la sua funzione se sul ministro dell'Economia si cumuleranno troppe deleghe. Inoltre, da liberale sono favorevole a una suddivisione del potere per evitare concentrazioni potenzialmente pericolose''. Lo sostiene il parlamentare di Fi, Antonio Martino, in un'intervista al quotidiano online L'Occidentale, nella quale spiega perche' i motivi per cui sarebbe contrario a un superministero dell'Economia affidato a Giulio Tremonti e nella quale dichiara la sua disponibilita' per un incarico governativo in campo economico.

La voce di Martino, cui tanti liberali si affidano, torna a farsi sentire e Roark è con lui.

Meglio tardi che mai!

Nell'intervista riappare finalmente l'allievo di Milton Friedman e...diciamocelo...educatamente....molto educatamente...ma diciamocelo: finalmente!
Finisce l'assolutismo tremontiano in materia economica e anche sul versante liberale interno al PDL si apre un fronte che doverosamente mette in risalto la pericolosità del conservatorismo corporativista di Giulio Tremonti, malauguratamente Ministro dell'Economia in pectore del (incrociamo le dita) prossimo Governo Berlusconi.
Il montpelerino è l'unica speranza che ha il nostro paese di fare veramente quelle riforme tatcheriane di cui ha drammaticamente bisogno.
E' l'unica speranza di avere in un Ministero Economico qualcuno che
sappia veramente cosa fare al di là dei pannetti caldi e del buon governo para-liberale.
E' l'unico che sarebbe in grado di prendersi le responsabilità che vanno prese.

Poiché sarebbe la cosa giusta da fare, Roark è praticamente certo che ciò non avverrà, che al meglio Martino andrà a ricoprire il Ministero della Difesa o in alternativa un dicastero secondario, oppure dopo aver rilasciato questa intervista, semplicemente verrà messo all'angolo, come già capitato ad importanti figure già presenti in Forza Italia:
una minaccia troppo ingombrante per Tremonti, che vale la pena ricordarlo, resta il garante dell'alleanza con la Lega, una Lega oggi tristemente poco libertaria, autonomista sì, ma di un autonomismo neocentralista, protezionista e in fin dei conti oggi molto poco liberista; infine una minaccia troppo grande per il mondo dei privilegi del pubblico impiego cui un parte importante dell'anima di AN guarda con attenzione.
Ma si dirà, il fusionismo docet. E Roark è con il fusionismo. Ma se di fusionismo dobbiamo parlare allora anche la nostra di anima, l'anima puramente liberale deve avere una chance di riformare il volto economico del Paese, il realismo tremontiano già l'ha avuta questa chance (fallendo).

La cosa da farsi?
MARTINO MINISTRO DELL'ECONOMIA.

mercoledì 12 marzo 2008

Indovina Chi: uno tra questi due non la conta giusta




Roark, riporta parte (per rispetto verso il buon gusto di chi legge) del testo dell'intervista apparsa sull'adnkronos di ieri e la eco giunta alle sue orecchie dall'aldilà di un irritato Friedman. (http://www.adnkronos.com/IGN/Economia/?id=1.0.1958899394),

Il Ministro dell'Economia in pectore critica
''un eccesso di mercatismo che - spiega - è la caricatura del liberalismo. Il liberalismo è un’ideologia nella quale mi riconosco pienamente, che non riduce tutta l’esistenza, tutta la vita nell’economia. Nessun liberale vero ha mai detto - ricorda - che l’economia è tutto, fa tutto, sa tutto. Ma è vero che negli ultimi 10 anni, cadute le altre ideologie, si è affermata questa ideologia economicistica e cioè il mercatismo. Il mercato provvede a tutto e lo fa, ovviamente, sempre in positivo, mai in negativo. In realtà non è mai stato così, non è così e non sarà così. La vita è qualcosa di più complesso più ricco del mercato''.

"Infatti caro Giulio, ma senza libertà economica non esiste libertà di poter perseguire liberamente i propri obiettivi nella vita e quindi si è in presenza di un'espressione di vita 'limitata', e poi mi vuoi forse dire che è mercatismo la sconfitta dell'inflazione attraverso il mero controllo del livello dei tassi, lasciando ai mercati la ricerca dell'equilibrio, sai caro Tremonti ho vinto un Nobel per questo."


"La responsabilità di questa crisi è da rintracciarsi in 'una struttura complessiva che è partita dal mondo della cultura e delle idee, che ha fatto il motore ideologico di tutto questo processo''. ''Chi ha costruito le sue fortune culturali su una ideologia come quella mercatista scopre che arriva la crisi proprio dal profondo dell’economia, dall’America, dalla struttura finanziaria dell’economia''. "E chi della crisi 'non ha capito nulla, la rifiuta, non l’ha prevista, ancora adesso non riesce a capire e a definire i meccanismi di innesco e poi comunque rischia di finire sotto le macerie di quella costruzione ideologica che sta venendo giù, che tipo di reazione ha? Ha una reazione di difesa proprietaria e identitaria e quindi lancia l’interdetto contro chi dice cose diverse''.

"Ah bene caro Giulio cosa proponiamo il New Deal Roosveltiano! E poi giù il botto del '29 e madamamlamarchesa e che c....o Giulio! E poi detto inter nos, la tua proposta sul versamento dell'IVA al momento dell'incasso della fattura (che per gli operatori si tradurrà in un effetto zero poiché hai omesso di spiegare che quanto vale per il versamento dell'IVA vale anche per la possibilità di detrazione della stessa che naturalmente sarà possibile solo all'avvenuto pagamento delle fatture= effetto 0!), è ridicola. L'unico risultato sarà di mandare in cridi i rapporti con la UE cui gli stati membri cedono parte consistente dell'IVA per finanziarne le spese. E poi ancora Giulio, Giulio, con la spesa pubblica che avete! Ma ti vuoi concentrare sui tagli di spesa o preferisci pensare alle passarelle a Bruxelles?"

"E la soluzione non si trova negando la realtà, spezzando il termometro pensando che il male sia nella febbre. La febbre è un sintomo, non è la malattia in sé, si trova pensando a strumenti diversi: per esempio, nel libro la proposta forte è quella di una nuova Bretton Woods, cioè a dire un nuovo accordo globale sulle ragioni di cambio e di scambio. Questo è esattamente l’opposto dell’anti globalizzazione, è l’opposto di una catena di errori che porterebbe a una crisi e che io vorrei evitare con strumenti di governo della globalizzazione. Nel 1944 nel New Hampshire i responsabili della politica e dell’economia del mondo si accordano in ordine ad alcuni capitolati che hanno retto per mezzo secolo. Ecco, io questo credo che dobbiamo fare, capire che la crisi non è banale ma è fondamentale, non è congiunturale ma strutturale e gestirla con strumenti di quel tipo''.

"Se riesci a convincere gli americani a rinunciare all'unico vantaggio competitivo che gli resta - l'euro così forte - Giulio, quando verrai a trovarmi quassù diventerai ingombrante per qualcuno di molto importante che siede alla destra del Padre."

Tanto vi doveva un Roark disgustato da liste e quant'altro

Milton Friedman a tutti

giovedì 6 marzo 2008

The pursuit of Sadness


FIRENZE - Lo statuto dei lavoratori e' "un punto di riferimento che deve essere salvato cosi'". Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. "Ne' mi convince l'idea che essendo passati tanti anni bisogna cambiarlo". "Nessuno vuole cambiare una delle piu' antiche costituzioni del mondo, quella americana. Direi la stessa cosa per lo statuto dei lavoratori", ha sottolineato Epifani intervenendo alla conferenza di organizzazione della Cgil di Firenze. (Agr)

Lo Statuto dei Lavoratori come la Costituzione Americana!
Questa è davvero fantastica.
Sotto l'architrave di diritti inesistenti sanciti d'imperio dal Parlamento di uno Stato che da quel momento in poi si incamminava sulla strada dell'impoverimento, ipotecando il futuro di generazioni e compromettendo una Economia che viaggiava allora a ritimi di crescita giapponesi, il Segretario nazionale della CGIL ha deciso di nuovo di tracciare la linea di confine.
Oltre c'è la guerra.
Il fatto è che leggendo il programma del PDL si capisce benissimo che non c'è alcuna volontà di guerra oltre il vorrei ma non posso espresso da Berlusconi a 'Porta a Porta'.
A vincere infatti al momento la partita su quale ispirazione riformatrice debba animare il partito è il realismo tremontiano.
Colbertismo lo ha chiamato qualcuno.
E tutto vuole il realismo tremontiano tranne che sollevare conflitti.
La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro. Che diamine!
Per gente come Epifani questo vuol dire che è fondata sulla difesa del mondo del lavoro sindacalizzato (del resto abbiamo avuto fino a qualche giorno fa due sindacalisti a presiedere i rami del Parlamento) e in ragione di ciò lo Statuto dei Lavoratori ha un valore costituzionale!
Ecco come va decriptata l'uscita lunatica di Epifani.
Così da una parte abbiamo riforme morbide, che miglioreranno senz'altro lo stato confusionale del paese ma che non risolveranno le questioni di fondo che ci condannano (abbiamo un welfare e un peso della spesa pubblica pari o superiore a quello della Inghilterra pre tatcheriana senza avere però sulle spalle alcun Impero da smantellare), dall'altra chi promette battaglia venderà cara la pelle se qualcuno tenterà (ma il Sig. Epifani dovrebbe dormire sonni tranquilli non ci pensa nessuno!) l'abbattimento del sostegno legale (lo Statuto) alle logiche di potere e alle rendite di posizione del Sindacato (vedere la composizione dei consigli di amministrazione provinciali delle INPS di tutta Italia per credere).
La volta scorsa perdemmo anni a combattere (venendo sconfitti) contro i Sindacati in nome dell'art. 18. Sembra si sia di nuovo sulla stessa strada.
Invece di prepararci da subito, dalla prima legislatura a provvedimenti di Governo scioccanti (concessione dei servizi previdenziali oggi assolti dall'INPS a terzi soggetti sul modello della concessione ad Autostrade del servizio autostradale) tagliando per davvero le gambe a questo sindacalismo cialtrone, per permettere dalla seconda legislatura in poi un taglio radicale delle aliquote e una riduzione strutturale della tassazione sulla proprietà (ICI, Imposta sullle Successioni e sulle Donazioni), siamo alla battaglia di posizione, alla estenuante battaglia, il tutto per appoggiare i peraltro pregevoli pannetti caldi del nostro Ministro dell'Economia in pectore.
Il sogno di un Ronald Reagan che si affacci alla TV a dire, questo è lo stato drammatico della nostra economia, se vogliamo uscirne si fa così e non mi prendo la responsabilità di non fare quello che deve essere fatto. E le riforme questa volta non entreranno in vigore tra vent'anni caspita, si cambia domani.
Bè con tutta probabilità il sogno, resterà tale.
E tale resterà quindi la spocchia folle degli Epifani di turno.

Colbert traghettò la Francia alla rivoluzione giacobina.

Montpelerini di tutto il mondo uniamoci!

mercoledì 5 marzo 2008

Operazioni sulla striscia di Gaza



Ecco un luminoso esempio di informazione di guerra all'italiana (ma anche all'europea)

Repubblica - Alberto Stabile:

Lunghi cortei con grappoli di bandiere gialle, se il defunto era un militante, o senza bandiere, soltanto le face assorte del dolore, scivolano lungo le strade che portano ai cimiteri di Jabaliya e di Sheik Radwan. Una di queste processioni riunisce gli amici e i parenti superstiti della famiglia Atallah, nome noto a Gaza e, a quanto sembra, senza una particolare coloritura politica. Resta perciò un mistero, come mai, sabato pomeriggio poco dopo le cinque, un aereo israeliano abbia sganciato tre bombe sull´edificio di via Nafaq, nel centralissimo quartiere di Rimal, dove Abdel Rahaman Atallah, di 62 anni, viveva con la moglie, Suad Rajab, 60 anni e i suoi quattro figli, due maschi e due femmine, a loro volta sposati e genitori di sei bambini. Gli adulti sono morti tutti. Dei sei bambini, quattro sono ricoverati in ospedale per ferite gravi e tra questi un neonato di due giorni.



La Stampa - Francesca Paci:

Da Jabaliya a Gaza City, poco più di dieci chilometri, si snoda un lungo multiplo funerale interrotto da soste e colpi di kalashnikov nei punti in cui ci sono stati caduti. Le macerie della palazzina degli Atallah, distrutta da un missile sabato notte, sono già una pietra miliare di questo macabro corteo. Sei vittime, madre, padre, due sorelle e due fratelli entrambi leader delle Brigate al Qassam.


Prosit!

mercoledì 27 febbraio 2008

Never Again

Rap Verità

lunedì 25 febbraio 2008

Chiarezza. La Cosa Chiara, anzi Bianca


L'analisi circa le cause del declino del nostro paese ha oramai raggiunto un grado di aquiescenza quasi univesale.
Dovrebbe quasi imbarazzare se non ci si rendesse conto del grottesco in cui siamo sprofondati.
Da destra a sinistra si condivide la visione di un paese strozzato da spesa pubblica per servizi scadenti nel migliore dei casi, ovvero inesistenti; per diritti elementari nelle moderne democrazie e da noi garantiti solo sulla carta, il tutto per una solidarietà pelosa che tutela soprattutto coloro che non hanno nulla da perdere perché nulla hanno investito in se stessi e negli altri, nella vita.
Ebbene tutto questo quando è cominciato?
Quand'è cominciato che abbiamo, meglio, hanno (noi contavamo allora meno di oggi) ipotecato il futuro nostro e dei nostri figli, adesso di nipoti e pronipoti.
Per fortuna a questo punto non servono le analisi e i comizi di Silvio Berlusconi, c'è la manualistica.
"L'economia mondiale tra crisi e benessere (1945-1980) - Una sintesi della storia economica del dopoguerra." Herman Van der wee (va bene qualsiasi edizione).
Vi leggerete che l'Italia comincia a mancare il passo della crescita del PIL Giapponese (Sì è vero crescita del PIL Giapponese) e la lira a perdere competitività quando all'indomani del successo all'interno della Democrazia Cristiana della linea del Centro e della Sinistra DC (oggi nel PD e nei partitini di centro UDC compresa) esso stringerà accordi con il PCI per il "progresso".
Ora per il PCI "progresso" voleva dire mandare in pappa il sorgente capitalismo italiano e per la DC dotare lo Stato italiano di quel welfare che - a loro modo di vedere - doveva assicurare il raggiungimento degli obiettivi costituzionali; risultato: nel 2008 abbiamo un Welfare State che fa schifo e che pesa più di quello inglese alla fine della seconda guerra mondiale, senza però aver perduto alcun Impero globale.
Ora qual'è la novità di questi giorni di inizio campagna elettorale: la chiarezza.
I responsabili del dissesto del nostro paese sono tutti dall'altra parte. Tutto quello che sta a sinistra del PDL, quello è il responsabile del declino e vabbene rinnovarsi (se lo auspicano tutti i sani di mente) ma di acqua sotto i ponti ne dovrà passare.
E va bene anche battersi dentro un grande partito perché prevalgano idee liberali ad una riedizione da destra dei tanti socialismi che ci condannano. Tutto va bene se tutto è più chiaro.
L'arco costituzionale che ha permesso che noi si diventasse il terzo paese del mondo per debito pubblico ma non per PIL, un paese dove intere e importanti zone soffocano nei rifiuti, nel malgoverno, nell'abbandono, il circolo dove proliferano i "Buoni a Nulla Capaci di Tutto" che abbiamo visto all'opera nell'ultima legislatura è finalmente chiaro come sia tutto dall'altra parte.

E poi chi vince vince.

lunedì 28 gennaio 2008

Marx è morto, i marxisti no



Quando il ciclo economico è in assestamento e si affacciano paure di recessione fioccano in libreria lavori come “Capitalismo. Istruzioni per l’uso”, Karl Marx. Il testo a cura di Enirco Dosaggio e Peter Kammerer, edito da Feltrinelli (Milano, pagg. 208) è un antologia del pensiero del filosofo di Treviri che rappresenta l’ennesimo tentativo di separare il Marx utopista da quello critico del Capitalismo.

Siamo sicuri sia possibile praticare una simile separazione? Dacché è caduto il muro di Berlino e i disastri dell’economia socialista sono venuti a galla, i sostenitori del sol dell’avvenire hanno preso ad ammantare di un alone di velleitarismo nostalgico volontariamente elitario un programma politico economico e una interpretazione dei rapporti umani che era dichiaratamente rivoluzionaria e propugnatrice di un sovvertimento violento ove necessario.

Ai giorni nostri e specialmente in Italia, paese che osserva un vuoto pauroso di puntelli filosofici e culturali di natura laica di un qualche valore, il mondo dei sostenitori a diverso titolo del collettivismo appare perdersi nel nichilismo e consolarsi con il recupero in chiave pop di paradigmi bicentenari. L’antologia postmoderna del pensiero marxista, dopo l’introduzione di Dosaggio e Kammerer che si affaticano per trovare un posto a Marx nella società contemporanea, dipana la sua trama come un romanzo. Ai capitoli vengono dati titoli come ‘My name is Marx’ e ‘Il lavoro. Vendersi la vita’ e il racconto si apre con il rapporto di un agente segreto prussiano, poi documenti, testimonianze, paradossi, passaggi celebri, analisi.
La bibliografia vuole apparire come imparziale, suggerendoci ad esempio quella di Leszek Kolakowski, “Nascita, sviluppo e dissoluzione del marxismo”, 1976-1978, Sugarco, ma resta un po’ datata visto che trattasi di testo antecedente alla osservazione empirica del risultato ultimo negli sviluppi del pensiero marxista. Frasi che mandano in brodo di giuggiole vetero e neo marxisti: “un possessore di denaro” è “come bruco del capitalista”, “feticismo delle merci”, “tutto quel che è solido svanisce nell’aria”, “la critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione”; “noi non trasformiamo le questioni terrene in questioni teologiche. Noi trasformiamo le questioni teologiche in questioni terrene. Dopo che per lungo tempo la storia si è risolta in superstizione, noi risolviamo la superstizione in storia”; “una sedia a quattro zampe ricoperta di velluto rappresenta, in date circostanze, un trono; ma non per questo una sedia, cioè un oggetto che serve per sedersi, diviene un trono per la natura del suo valore d’uso”; “Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. Dunque non sono brutto, in quanto l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Come individuo io sono storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe”, per un pensiero da capire appunto.

A chi come noi non resta illuminato, viene consigliato di intendere questa nuova proposizione e interpretazione di Marx come stimolo critico nei confronti di un sistema capitalistico irrimediabilmente compromesso e corrotto. Permane nella lettura che si ricava dall’antologia, l’idea che la lezione circa l’errore tecnico alla base della teoria del plusvalore (in dottrina fatto pacifico da più di qualche decennio) che dimenticò di considerare la variabile innovazione, non sia stata ancora digerita da tutti visto e considerato che il Capitalismo viene rappresentato come il trionfo dell’impotenza delle idee e del potere delle cose.

Quanto paradossale sia una lettura similare ai giorni nostri è del tutto intuitivo, se si considera come senza il continuo feed-back che il Capitalismo assicura alla spinta innovativa, alla ricerca, gli ‘odiati’ mercati non potrebbero essere soggetti a meri aggiustamenti, a fasi ciciliche (come quella che stiamo vivendo), bensì dovrebbero implodere irrimediabilmente (come è invece accaduto al sistema socialista). E poi ancora i passi sulla religione, il no a tutti i riformismi, perché cavalli di Troia capitalisti piegati al volere del denaro, ecc. ecc. Tornano insomma d’attualità ancora una vota frasi celebri come “l’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua (del popolo) condizione, è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni”, quell’ermetismo poetico messo al servizio di una filosofia pronta a consegnare all’uomo lo splendore dell’assenza di responsabilità. Un mondo facile e alla portata di tutti senza tante fatiche come dovrebbe essere secondo giustizia. E soprattutto l’assenza di responsabilità, una delle poche definizioni certe, va ricordato, del “male”. Ma inversione per inversione se è vero, come insegna Popper, che la migliore pratica è una buona teoria, una pratica pessima non può che nascere da una pessima teoria. Ergo i drammatici corollari del marxismo.

Ma ci sono solo ragioni ‘liriche’ dietro la fortuna di Marx in Italia? Per occhi un po’ più smaliziati, le ragioni del successo italiano del pensiero marxista possono ben essere comprese semplicemente considerandole come giustificazione teorica, quella che esse hanno rappresentato, in supporto all’espropriazione statale e parastatale della ricchezza faticosamente raggiunta nel secondo dopoguerra. Sotto la spinta culturale e popolare di matrice marxista, per assecondarla e incanalarla, è finito infatti per passare quel gigantismo welfaristico e affaristico da cui l’Italia da treant’anni a questa parte mai si è ripresa. Questo libro ci riporta lì, direttamente alle radici culturali del male italiano.

Capitalismo. Istruzioni per l’uso, Karl Marx, a cura di Enirco Dosaggio e Peter Kammerer, Feltrinelli, pp. 266, euro 10

giovedì 24 gennaio 2008

L'ultima notte dei morti viventi



E' finita nell'orrore.
Tra spinte, sputi, insulti, urla, risa e pianti, disperazioni, iperboli emotive di ogni genere e grado.
La nazione piegata, la nazione esaltata.
Pecoraro Scanio che di questo passo forse prima o poi sarà costretto a cercarsi un lavoro.
La speranza che una goccia di liberismo possa bagnare il suolo patrio prima o poi.
Nella giornata c'era chi credeva il voto al Senato preludesse all'ennesimo 'ritorno dei morti viventi': compra quì, compra là, quello se ne va, quello non viene, i Senatori a vita si incateneranno al Quirinale, quelli ai 3.000,00 neuri di vitalizio che maturano tra qualche mese no, non ci rinunciano, pur di non far sciogliere le Camere voterebbero anche Mefistofele ecc. ecc. ...
...e...invece...

NO

E' finita

CHE BELLO!

martedì 22 gennaio 2008

Mastella è Rock!


Il Paese accoglie con dolore la notizia del termine di una esperienza di Governo che aveva unito la nazione, convincendo un po' tutti.
Scene di giubilo per le strade. Suonate di clacson!
Un'esperienza che fosse andata avanti altri sei mesi Roark proprio non lo sa cosa sarebbe riuscita a produrre.
Dacché questa sinistra al Governo è riuscita nello straordinario risultato, in due anni, di far circolare per il Paese più munnezza che denaro, nessuno di noi poteva sapere con certezza cosa aspettarsi del domani.
Nomadi che uccidono innocenti in mezzo alla strada agli arresti domiciliari.
Generali della GdF trattati come commessi.
Un Ministro degli Esteri a spasso per le strade a braccetto con chi orgoglioso dichiara di detenere teste, membra, dita, gambe di esseri umani.
Tasse, tasse bellissime, gabelline da sballo, impostucce accattivanti, IMPOSTONE per BAMBOCCIONI che osano entrare nel mondo del lavoro.
Why Not no. Le donne del Cavaliere sì.
Bruti Liberati dall'ANM alla Procura di Milano per insabbiare Unipol.
Di tutto di più.

Ma no, no, tra qualche mese scopriremo di aver sognato: no, non erano tasse, non erano loro che dicevano non le avrebbero aumentate era qualcun altro con Hezbollah, era nessuno, erano tutti ed era già colpa di Mastella, tutto quanto.
Anch'esso (incredibilmente) a questo punto passibile di essere etichettato come 'vittima'.
Altro che Prodi! Mastella era Rock e Celentano non se ne era neanche accorto!
Mastella è Rock!

Un altro punto verso l'eccellenza dell'indecenza.
Chiamate gli americani. Che ci vengano a liberare di nuovo. Subito.

Genuflettiamoci

lunedì 21 gennaio 2008

David Cronenberg riscopre il noir. Ed è un successo


Dopo “A History of violence” (2005) David Cronenberg torna nelle sale cinematografiche con “La promessa dell’assassino”, film che segna una svolta oltranzista nel gusto per la crudezza che contraddistingue agli occhi del pubblico il celebre regista.

Una giovanissima immigrata russa costretta a prostituirsi muore dopo aver dato alla luce il figlio.

Nelle mani della dottoressa Anna (Naomi Watts), donna rimasta sola dopo il naufragio della sua relazione sentimentale, finisce il diario della ragazza dove si ripercorre l’arrivo a Londra e il passaggio dal paradiso all’inferno che esso finisce per rappresentare.

Anna metterà a repentaglio la sicurezza della sua famiglia giacché la scoperta si manifesta per essere una minaccia diretta proprio nei confronti del pericoloso boss mafioso Semyon Vory V Zakone, che dirige i suoi traffici sotto la copertura di un ristorante.

Semyon infatti, si scopre dal diario essere il padre del neonato e venuto in possesso del diario dopo averlo bruciato cerca di sbarazzarsi anche del piccolo, ordinando al figlio di rapirlo dall’ospedale e gettarlo nelle acque gelide del Tamigi.

Un poliziotto, infiltratosi come autista, riuscirà però a entrare talmente nelle grazie di Seymon da entrare nella famiglia e dal di dentro incastrerà il pericoloso criminale.

Il cast di livello vede accanto a Naomi Watts, un Viggo Mortensen che continua, dopo “A History of violence”, il sodalizio con Cronenberg che lo ha visto maturare e crescere, qui è l’attore d’origine danese, a vestire i panni del poliziotto di Scotland Yard infiltrato nella banda russa.

Si segnalano poi un Vincent Cassel a suo agio nei panni del figlio degenerato del boss e soprattutto Armin Mueller-Sthal nella parte del capomafia russo: una recitazione eccellente, come è capitato spesso nella sua lunga carriera che lo ha visto al fianco del grande regista tedesco Rainer Werner Fassbinder (“Lola” - 1981 e “Veronika Voss” – 1982) ma anche nel serial poliziesco “L'ispettore Derrick” (1984), in “Music Box – Prova d'accusa” (1989), “La forza del singolo” (1992) sino a frequentare incompreso Hollywood che lo ha utilizzato come caratterista fino al 1996, anno in cui uscì il suo primo lavoro anche come regista: “Conversation with the Beast” dove Armin Mueler-Sthal recita la parte di Adolf Hitler.

“La promessa dell’assassino” è ambientato nella Londra “russa”, in una città al cui interno a poco a poco è stato costruito uno Stato nello Stato, dove sono state trasferite le infrastrutture logiche della malavita russa, usi esoterici ed estetici (i tatuaggi) lontanissimi dalla tradizione civile inglese, oggi minacciata perché colpevole negli anni della sua ripresa economica e della sua globalizzazione di non avervi saputo leggere con attenzione il carattere che almeno parte di essa nascondeva.

La Londra che esce dal film di Cronenberg è una città che vive un innaturale contrasto, una intima e sfuggente spaccatura non solo tra la gente che sta dentro i negozi, dentro i pub e quella che sta per strada (come recita in un dialogo Mortensen), tra il mondo rassicurante del progresso o quello inquietante del suo rifiuto, bensì una più profonda distanza quasi antropologica tra un individualismo consapevole minacciato da una degenerazione violenta di un senso malato della comunità.

Come vuole la sua cifra registica, il film quasi si fa leggere più che guardare.

Le inquadrature teatrali, i dialoghi secchi, asciutti, le immagini che indulgono su scene di violenza e di impatto, immagini che riescono a non risultare eccessive e di cattivo gusto per la capacità della sceneggiatura di danzare sul filo di lana dei fatti che racconta, in un realismo che non ha nulla della denuncia sociale ma che raggiunge l’obiettivo di essere capace di proiettare lo spettatore fin dentro il personaggio.

Magistrale la scena dello scontro tra un Viggo Mortensen nella sauna e i ceceni giunti per vendicare l’assassinio del fratello. Siamo lontanissimi dai pirotecnicismi alla Mission Impossibile, ma se tre uomini devono proprio sfidarsi all’ultimo sangue a lama di coltello dentro una sauna, da domani sarà difficile immaginarsi possa accadere diversamente da come Cronenberg lo ha raccontato.

Se il cinema ha la missione di inventare una realtà con “La promessa dell’assassino” Cronenberg ci spiega come superare un realismo stanco e reinventare il noir senza accanirsi su cliché vecchissimi modello anni ’50 o nuovissimi come i ‘tarantinismi’.

Un film di una bellezza spietata.

venerdì 11 gennaio 2008

Informazione da discarica


Nella mattinata l'adnkronos dirama due agenzie su quanto accaduto nella notte a Cagliari:

http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.1757388832
Cagliari, 10 gen. - (Adnkronos) - Alcuni militanti indipendentisti dell'Irs e di Sardigna Nazione, che da questo pomeriggio presidiano il porto Canale di Cagliari in attesa dello sbarco di 500 tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania, sono stati bloccati da carabinieri e polizia mentre cercavano di avvicinarsi alla nave carica di immondizie con l'intento di impedire le ultime operazioni di ormeggio.

In realtà a protestare ci sono anche il Sindaco di Cagliari e consiglieri di AN e della ex CDL.

http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.1759030320
Cagliari, 11 gen. - (Adnkronos) - Cinquanta cassonetti e tre auto sono stati bruciati nella notte a Cagliari, con ogni probabilita', a seguito dello sbarco nel porto Canale di una nave carica di 500 tonnellate di rifiuti proveniente da Napoli. I vigili del fuoco sono stati impegnati in tutti i quartieri della citta'. L'ultimo intervento e' stato eseguito alle 6.30 di questa mattina.

Interessante il "con ogni probabilità".
Ancora più interessante il controllo bulgaro dell'informazione da parte del "buon governo" di sinistra, un po' come la soluzione stessa all'emergenza rifiuti: spostare il problema.

Poiché tutto accade nella condiscendenza del mondo intellettuale e politico-culturale della sinistra, Roark si interroga ingenuamente come sia possibile ascoltare questo assordante silenzio: ma per davvero non esiste indipendenza intellettuale in quel mondo?

giovedì 13 dicembre 2007

Così Liberal Così arretrati




Dopo la brusca frenata impressa all’economia dal Credit Crunch di Agosto, con $400 Mld in Bond emessi a fronte di mutui subprime in scadenza entro il mese, il prezzo del petrolio che balla sopra il filo del rasoio dei $100,00 , il mercato immobiliare sotto del 5%, un Governatore che prepara il paese alla recessione, anche nel paese a stelle e strisce i sostenitori della mano invisibile iniziano a non avere vita facile.

Del resto in uno scenario che ha visto il primo novembre scorso la convocazione d’urgenza del gruppo del Securing America’ Future Energy diretto dall’ex Segretario al Tesoro Robert Rubin per una simulazione con ordine del giorno petrolio alle stelle, occidente al tracollo, leader politici e militari USA preparati al peggio, non è davvero semplice spiegare in giro che la risposta non si trova in posizioni come l’arresto del processo di globalizzazione o peggio la rinascita di una visione protezionista di rapporti culturali, politici e quindi economici.

Ma per la prima volta in decenni il mondo liberal-conservatore americano si trova in difesa sotto l’offensiva di pensatori liberal come Paul Krugman, in libreria con “The Conscience of a Liberal”, W.W. Norton, pagg. 350, libro che esaltando le incertezze di una classe media spaventata dalle incognite economiche si chiede se non sia arrivato finalmente il momento di dare un po’ più da mangiare al Leviatano. Più Stato meno Società Civile.

La risposta del mondo conservatore arriva dalla penna di Brian C. Anderson, editorialista del City Journal, la rivista politico culturale trimestrale pubblicata dal Manhattan Institute, rinomato Think Tank. Il libro “Democratic Capitalism and its discontents”, ISI Books, pagg. 190, getta luce sul disagio culturale che sta minando le fondamenta del sistema di valori, prima che di rapporti economici, rappresentato dal Capitalismo democratico.

Nel lavoro di Krugman (in odor di incarico qualora alle presidenziali la spuntasse Hillary) si riciclano ancora una volta le suggestioni del New Deal roosveltiano, il progressismo di matrice sindacalista, la sperequazione dei redditi, i bei tempi in cui le tasse sui ricchi erano alte alte, finendo però a tratti per scadersi nel qualunquismo.

Ma il giochetto di Krugman ha un retrogusto vagamente indigesto e non solo perché il suo moralismo giustizialista è rimasto per sempre minato dal coinvolgimento nello scandalo Enron, allorché esaltò le capacità del top-management quando ne era consulente, ma soprattutto perché nel mondo accademico degli economisti USA, al di là degli apoditticamente entusiasti del clintoniano Center For American Progress, il testo ha finito presto per passare come pericolosamente prescioloso in ragione di un’attitudine già manifestata, quella di Krugman, nel piegare a forza i dati economici per poter riuscire a tacciare come “eccessi di mercato” le politiche dei mandati Bush, che per gli USA negli anni recenti hanno significato crescita costante in tempo di guerra, discesa delle tasse e successi nella riforma dell’istruzione, nonché incremento generoso della spesa nei programmi noti come “compassionevoli”.

Ebbene sotto questo profilo Krugman è riuscito nell’importante risultato di suscitare la reazione stizzita finanche della critica del New York Times. “L’editorialista Paul Krugman ha l’abitudine fastidiosa di modellare, tagliare e scegliere in modo selettivo i numeri per far piacere ai suoi accoliti” ha detto il garante dei lettori Daniel Okrent.

Ma tant’è, il corollario al pensiero di Krugman, alla sfiducia nella capacità umana di adattarsi all’ambiente e di trovare infine naturalmente il punto di equilibrio, riecheggia nelle tentazioni protezionistiche del sarkozysmo, nella simpatia di cui godono tra gli operatori dei mercati finanziari i Fondi Sovrani d’ispirazione cinese, come nella insorgenza di una nuova declinazione di egualitarismo che trova spazio nella politica e nella saggistica (Zeev Sternhell “Contro l’illuminismo. Dal XVIII secolo alla guerra fredda” Baldini Castaldi Dalai, Milano, pagg. 656) e che con incredibili giravolte argomentative finisce per additare la Arendt, Nolte, Isaiah Berlin, Furet della caduta dell’appeal illuminista in nome di una libertà individuale enigmaticamente interpretata come il passpartout per l’essere umano “monade” e non come la potenzialità di realizzare se stessi umanamente comportandosi. Sotto questo profilo la lotta al Capitalismo, il doverlo denaturare per lo meno in un misto pubblico-privato diventa esiziale: condizionando le possibilità di ciascuno di far liberamente denaro puntando “solamente” sulle proprie capacità, si limita la scelta e la libertà, ma si diventa tutti più uguali, fa niente se poveri.

Questo filone di pensiero colpevolmente dimentica di rispondere alla domanda se al cospetto del tanto decantato progresso neo-illuminista e socialista, cui innegabilmente sono state sottoposte le società occidentali dal finire degli anni ’60 ad oggi, sia possibile rinvenire sul serio un individuo meglio difeso nella sua autonomia. Così risponde Anderson nel suo “Democratic Capitalism and its discontents”. Già dai capitoli si capisce molto sul percorso del suo testo. “Il Capitalismo e il suicidio della cultura”, “La sinistra ineducabile”, “Dallo Stato alla Società Civile”, “America religiosa, Europa secolarizzata”, “La filosofia antipolitica di John Rawls”, “Il liberalismo malinconico di Bertrand de Jouvenel”, “L’assolutismo intellettuale”, “Follia liberal e la pace per i conservatori”, “Qual è la modernità democratica?”.

Per Anderson, Rawls e la sua concezione di giustizia basata sull'idea che tutti i beni sociali principali devono essere distribuiti in modo eguale e che una distribuzione ineguale può esserci solo se avvantaggia i più svantaggiati, il Bertrand de Jouvenel che sulla fine degli anni cinquanta aveva sostenuto la necessità di considerare come non bastassero scoperte e innovazioni tecnico-scientifiche ma occorresse piuttosto ricorrere alla fantasia, alla utopia, sono i principali responsabili unitamente all’esistenzialismo nichilista e violento di Sartre, nonché le aberranti sovrastrutture ideologiche di Antonio Negri, della costruzione delle principali infrastrutture per la degenerazione culturale occidentale.

La strada per Anderson è nella serrata difesa della pianta della vita, nella assicurazione del libero compiersi delle azioni umane e nello stimolo a migliorare le proprie condizioni cui, come insegna proprio la lezione dei vari Arendt, Nolte, Isaiah Berlin e Furet, solo un Capitalismo vero e radicato nel rispetto delle tradizioni può condurre.

Insomma due visioni inconciliabili, profonde, ad un confronto che va oltre la prossima sfida presidenziale e la cui importanza può essere facilmente ponderata ove si consideri a quali circostanze tragiche l’occidente fu condotto nel ‘900 per aver assecondato, in tempi di crisi, esattamente le tendenze che oggi tornano di moda: l’egualitarismo di propaganda e il protezionismo. Socialismo e sciovinismo sono ancora una volta alla finestra.

Giampiero Ricci


martedì 11 dicembre 2007

FINIs Destrae


Mentre scrivo la posizione del leader di Alleanza Nazionale circa i rapporti nel centrodestra è cambiata ancora.
Nella giornata di domenica avevamo assistito allo strappo definitivo: il PDL? Una comica.
Alleanza Nazionale? Diventa Alleanza per l'Italia (?!).
Il partito storico della destra italiana in età repubblicana svoltava su posizioni care al PDS di Occhetto: Presidenzialismo alla francese, doppio turno, conflitto d'interessi.
Poi un patetico appello a Veltroni che si sarà sganasciato dalle risate.

Oggi Fini dice (meglio tardi che mai): è l'elettorato che chiede a me e Berlusconi di incontrarci.

Al di là del fatto che alla luce delle sue sconsiderate dichiarazioni degli ultimi giorni egli è probabilmente riuscito nell'incredibile risultato di accreditare agli occhi di Berlusconi la sua classe politica dirigente (!), bisognerà vedere a questo punto se un Cavaliere legittimamente inbufalito lo vorrà veramente questo incontro.

E' da tempo che ci si chiede quale sia la linea di AN, da molto prima che gli ultimi sviluppi nel centrodestra.
Cosa ne sia stato della bandiera del Presidenzialismo americano fatta propria, tra gli altri, dall'allora MSI, cosa della visione confedereativa e non federativa della Unione Europea oggi parte del "nuovismo" rappresentato da Sarkozy, non è dato sapere.
Per una volta, bisogna dirlo, grazie al Presidente di AN, la vera questione è uscita a galla: quali idee, quali programmi, QUALE CLASSE DIRIGENTE.
Appare infatti finalmente nella polemica in tutta la sua onestà povera, il motivo dell'attrito; la sua definizione?

GUERRA TRA BUROCRAZIE

Certo non è facile da questo punto di partenza che le principali forze dell'area liberl-conservatrice riescano a costruire un Partito della Libertà insieme.

Così in un battibaleno scopriamo che i silenzi enigmatici di Fini nella scorsa legislatura, l'appoggio in-condizionato (ma di facciata ed entro i limiti ben precisi di una riforma fiscale da evitarsi) a Berlusconi avevano un unica ragione: succedere a lui e al suo partito.

Dell'Italia, della rivoluzione liberale, delle riforme istituzionali, ecc. ecc. ecc. , importa sì ma fino ad un certo punto. Quello che conta è succedere a Berlusconi e rapidamente.

Ci vuole un bel coraggio a chiedere quali idee, quali programmi a Forza Italia, che avrà senz'altro un gap di struttura paradigmatico ma sotto il profilo delle idee si vorrebbe impegnata (?) nella battaglia per "liberare" questo paese in senso reaganiano e tatcheriano.
Ma probabilmente Fini vuole altro o forse quello che vuole è NULLA.

Il fatto è che a questo punto, se proprio si vuol tracciare una prospettiva della strategia seguita sino ad ora da Fini, appare in essa un carattere quasi mussoliniano e per mussoliniano non intendiamo certamente e banalmente "fascista", bensì quella tensione massima al raggiungimento del potere - vedi la rappresentazione del "Giovane Mussolini" di De Felice - che mista ad un nihilismo carnevalesco caratterizzava il Benito nazionale.
Qui il nihilismo non è nascosto da atteggiamenti carnevaleschi bensì da una freddezza e da una presentabilità utile ad arrivare silen silente a prendersi qualcosa che si ritiene il vero obiettivo anche se non abbiamo ben capito per fare cosa.

E certamente che se un domani Fini diventasse Premier, Roark non si aspetterebbe un colpo di Stato e/o una dittatura ventennale, no.
Però un altro passaggio a vuoto per questo paese che BUTTA gli anni, sì.

E' quella che si sta consumano una possibile fine della prospettiva politica di una destra moderna in Italia.

Non male.

martedì 4 dicembre 2007

Un passo avanti e due indietro: benvenuti nei nuovissimi anni '30

"Il Venezuela potrebbe non essere pronto per avviarsi verso la costruzione di una societa' socialista". Ha dichiarato il proto-dittatore Hugo Chavez, modello per il terzo millennio di aberrazioni socialcomuniste.
Nel suo intervento pubblico successivo alla sconfitta subita dal suo progetto di riforma costituzionale nel referendum di domenica scorsa sembra rammaricato.
In realtà, ora che il coraggio della popolazione venezuelana è venuto allo scoperto, per le ragioni che leggete sotto

http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2007/12/chavez-sfascia-
ii-mobili-dellufficio.html

si apre la resa dei conti in Venezuela, perché Chavez sta lì per fare la rivoluzione socialista non altro. C'è da sperare (illudersi) che la comunità internazionale segua con attenzione quanto avverrà nei prossimi tempi, per eventualmente intervenire, senza, come al solito, lasciare gli U.S.A. soli a prendere posizione.
Questo il passo avanti.

I due passi indietro .
Il Presidente francese Sarkozy, dopo aver aperto al protezionismo economico e ai fondi sovrani alla "cinese", si "congratula" con Putin: siamo ancora tutti sicuri sulla sincerità del suo liberalismo?
Roark ha i suoi dubbi.
D'accordo, l'eredità della qualità di relazioni internazionali lasciata da Chirac è pesante, d'accordo Sarkozy appare meno grottesco di Chirac ma ugualmente inopportuno per questa sua ansia di uscire dall'isolamento e la Francia sembra continuare nella sua politica estera caratterizzata da un utilitarismo privo di alcuna visione etica se sufficiente a garantire gli interessi del proprio orticello.

Il secondo di passo indietro è quello che fa più rumore.
Le elezioni in Russia non sono solo la dimostrazione di una democrazia incompiuta, sono molto di più.
Se infatti la comunità internazionale ha tollerato fino ad oggi l'autoritarismo di Putin, giustificandolo con la necessità di riforme drastiche per rimettere in piedi un economia piagata da 70 di disastri comunisti, è oggi sufficientemente chiaro come lo zarino punti a giocarsi i successi economici (ottenuti grazie ai prestiti americani, bisogna ricordarlo) per spendere in chiave antioccidentale una volontà di potenza ancora più pericolosa di quella sovietica, perché scevra, anche qui, da qualsiasi indirizzo etico (per quanto sbagliato) e perciò imprevedibile.

Tanto protezionismo, nessuna etica, esaltazione della forza.

Vi ricorda qualcosa?

domenica 2 dicembre 2007

Per Cardini anche Boccaccio diventa no global

Franco Cardini è storico, romanziere, elzevirista, finalista e vincitore di ogni premio possibile e immaginabile, insignito da R. Sigismondo d’Asburgo Lorena, Granduca di Toscana, del titolo di Cavaliere dell’Ordine di San Giuseppe, nonché dal Sovrano Militare Ordine di Malta del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito melitense (basta consultare il suo curriculum per comprendere le ragioni della nostra mai sufficiente genuflessione intellettuale), arriva in libreria con un’altra impareggiabile opera, “Le cento novelle contro la morte. Giovanni Boccaccio e la rifondazione cavalleresca del mondo” (Salerno, 2007, pagg. 160).

La tesi è che Giovanni Boccaccio nella sua più grande opera, il Decameron, non abbia per nulla voluto rappresentare l’epopea mercantile. Non abbia voluto celebrare il fiorire della società borghese fiorentina, bensì se ne rammarichi, rimpiangendo il tempo cortese e cavalleresco. L’autore, partendo da un’analisi storiografica della Morte Nera, vede in essa la metafora non della contrapposizione del bello e delle lettere, del linguaggio alla morte, ma vi vede una punizione divina fine a se stessa che doveva simboleggiare il lavacro necessario per la corrotta Firenze.

“La condanna e il superamento” della “società borghese fiorentina e dei suoi valori alla luce di un pieno recupero del messaggio cortese cavalleresco”. Vengono estrapolate in chiave anti-liberista, citazioni sul disprezzo del denaro e delle ricchezza materiali per “condurre” il lettore alla scoperta di come Boccaccio non anticipi per nulla, come pareva a tutta la critica prima di Cardini, la rinascita umanista, il Rinascimento stesso e quindi la civiltà moderna, borghese e occidentale, che l’autore manifestamente disprezza (“borghesucci piccoli piccoli”), no Boccaccio era in realtà un anti-moderno alla Evola.

Il dubbio che sorge e che resta pure di fronte a cotanta erudizione, facendo sì che la tesi risulti vagamente strumentale e ideologica, è di come sia stato possibile (e qui c’è da meravigliarsi) argomentare un’interpretazione su di un testo fondante del trecento letterario italiano applicando categorie difficilmente non tacciabili per essere figlie di un tardo marxismo da terza o quarta ondata.

Peraltro il Decameron, manifestamente opera teologico-letteraria, è per dichiarazione espressa del Boccaccio, prodotta secondo un linguaggio ipertestuale, capace di spalancare mondi di significato differenti agli occhi di chi possiede la pazienza (e la tecnica) per leggerlo.

“Quali libri, quali parole, quali lettere son più sante, più degne, più riverende, che quelle della divina Scrittura? E sì sono egli stati assai che, quelle perversamente intendendo, sé e altrui a perdizione hanno tratto. Ciascuna cosa in sé medesima è buona ad alcuna cosa, e male adoperata può essere nociva di molte; e così dico delle mie novelle.”

Ma se il rischio di “perversamente intendere” diventa altissimo leggendo l’opera boccaccesca, non può non trovarsi ai limiti del paradossale il pensare possibile che il distacco narrativo e di senso che si vuole rendere nel testo, tra la morte e il momento di pace di cui si rendono protagonisti i giovani - in un trionfo anche di erotismo, di vita, di volontà di superamento e di “paroletta più liberale” – possa finire per trasformarsi nell’esaltazione proprio di quel mondo che nella narrazione essi volevano continuamente dileggiare.

Ma Cardini è noto per le sue posizioni oltranziste, che, come dire, condizionano le letture erudite. Ne “Le fatiche della libertà” (Fazi, 2007, pagg. 258), ad esempio, lo storico svela il “totalitarismo liberistico” d'Occidente ed introduce con una originalità senza pari alla tesi secondo cui gli Stati Uniti sono un “comitato d'affari”, mera espressione della “volontà di potenza” delle multinazionali (senza considerare quel Bush poi). Il paese a stelle e strisce inoltre, è portatore nel mondo di una politica diplomatico-militare “che ricorda abbastanza da vicino Hermann Goering”.

Nello stesso libro ci viene spiegato come Ahmadinejad avrebbe invece "un programma sociale interessante" che va alla grande in patria, ma nessuno ha il coraggio di dirlo (si segnalano anche “L’invenzione dell’Occidente” e “Europa e Islam. Storia di un malinteso”, come le sue posizioni nella polemica su “La Pasqua di sangue” di Ariel Toaff). Uno strano rapporto col mondo occidentale, e in particolare con quello giudiaico, che, a bene vedere, lascia molto da pensare.